MIO FIGLIO PARLA CON UN AMICO IMMAGINARIO!

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  “Mio figlio ha 4 anni e parla con un amico immaginario,
 ha anche un nome: si chiama Bit!
Lei pensa che sia malato?”

Oggi parliamo dei bambini e dei loro amici immaginari: spesso i bambini parlano con l’amico immaginario e lo “portano ovunque”, sempre insieme a loro. I bambini ci giocano e intrattengono fervidi dialoghi o litigi.

Bisogna preoccuparsi?

NO, vorrei rassicurare tutte le mamma che si sono poste questa domanda. Non è un comportamento patologico ma è un fenomeno molto frequente che caratterizza in media 2 bambini su 3, solitamente si riscontra nei primogeniti.

La fascia d’età in cui compare l’amico immaginario è tra i 3 e gli 8 anni, età in cui, il bambino non ha ancora acquisito la capacità di distinguere tra realtà e sogno.

Gli amici immaginari possono essere di due tipi: rappresentato da un giocattolo o un pupazzo reale del bambino (il bambino attribuisce all’oggetto connotati umani) e quelli del tutto inventati.

La funzione tra le due fantasie è diversa: il giocattolo, il pupazzo o l’oggetto in generale, ha la funzione di  dare sicurezza in momenti di separazione o lontananza dal genitore; l’amico invece puramente inventato, rappresenta un altro sé, colui che può fare tutto ciò che al bambino reale è stato proibito di fare, incarna i suo desideri o il suo ideale di perfezione. La tipologia più frequente di fantasia è rappresentata da amici immaginari della stessa età e dello stesso sesso ma magari con caratteristiche o poteri speciali. Secondo la psicologa Marjorie Taylor Press, non solo non è il caso di preoccuparsi ma, bisogna considerare questa invenzione un modo normale e sano che hanno i più piccoli di adattarsi all’ambiente circostante.

Da numerosi studi è emerso che i bambini che hanno o hanno avuti un amico immaginario sono solitamente meno timidi, più creativi e con maggiori capacità comunicative.

Quanto tempo dura un compagno immaginario? 

Non vi è un tempo standard, può durare qualche mese e a volte, anche qualche anno, finché il bambino ne sente il bisogno.

Cosa suggerisco ai genitori? 

-Non rendere credibile e reale il personaggio immaginario creando uno spazio fisico concreto, ad esempio mettendo un piatto e delle posate a tavola e magari anche del cibo per l’amico immaginario (questo crea molta confusione nel bambino). I bambini parlano, giocano e viaggiano con loro ma sanno che in realtà non esistono!

-Non ridicolizzare, prendere in giro il bambino;

-Non ammonirlo dicendo che “non esiste!” “qui non c’è nessuno!”;

-Se il bambino chiede di partecipare al suo gioco di fantasia, partecipare appunto in modo fantasioso. Ad esempio se il bambino chiede di apparecchiare anche per l’amico immaginario farlo simulando con piatti, posate e cibo invisibili.

Facciamo un passo indietro, concediamoci di ritornare bambini e scopriremo nuove sfaccettature di noi accantonate da tanto tempo…spazio alla fantasia!

Dott.ssa Desirè Roberto

Tablet ai bambini: quali conseguenze?

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Capita spesso che i bambini piangono e dopo un’intensa giornata di impegni e stress, i genitori vorrebbero solo un po’ di relax e silenzio. Soprattutto a fine giornata si hanno poche energie per fronteggiare il pianto di un bambino e una risorsa efficace, quando niente sembra riuscire a calmarli, è ricorrere ai nostri tablet e smartphone e i bambini si calmano come d’incanto affascinati da questi oggetti, ma quale effetto possono avere sul loro sviluppo emotivo?

I ricercatori statunitense Boston University School of Medicine sostengono che i bambini hanno bisogno di trovare il modo di auto- regolare i loro sentimenti, va dato il tempo di calmarsi da soli e non “coprirli” con distrazioni.

“Se questi dispositivi diventano il metodo predominante per calmare e distrarre i bambini, essi saranno in grado di sviluppare i propri meccanismi interni di autoregolamentazione?”

Non vi sono molti studi a riguardo in quanto, l’utilizzo di tali strumenti è molto recente ma i ricercatori sostengono che nei primi anni di vita l’utilizzo di tablet, smartphone o le ore trascorse davanti al televisore hanno un impatto negativo sullo sviluppo di competenze linguistiche e relazionali. In questa tappa della vita (al di sotto dei 2 anni) il bambino dovrebbe essere impegnato nell’interazione con l’adulto, con i coetanei, dovrebbe impiegare il tempo “esplorando” e utilizzando il gioco non strutturato.

Radesky  sostiene che l’utilizzo di tali oggetti, può interferire con la capacità del bambino di “educarsi” “all’empatia e di acquisire competenze sociali e di problem solving oltre a poter sostituire attività pratiche importanti per lo sviluppo di competenze sensomotorie e visuomotorie “.

  • L’uso dei tablet dovrebbe essere bandito?

Dipende dall’età dal bambino, al di sotto dei due anni potrebbe essere dannoso per lo sviluppo sociale ed emotivo, invece, risulta un valido aiuto per i bambini più grandi (età prescolare), ad esempio per le applicazioni per imparare a leggere e per la comprensione della lettura.

Come fare quando il bambino piange? Semplice!  Comportarsi come quando smatphone e tablet non esistevano quindi spazio alla fantasia…

Voi che state leggendo, cosa ne pensate?

Leggi anche Bambini: 10 CONSIGLI per farli dormire nel proprio letto

                             Dott.ssa Desirè Roberto

Contatti

Bibliografia

Jenny S. Radesky, Jayna Schumacher, Barry Zuckerman.(December  2014) “Mobile and Interactive Media Use by Young Children: The Good, the Bad, and the Unknown.”  Pediatrics vol. 135

SUONIAMO INSIEME: COSA AVVIENE NEL CERVELLO?

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Uno studio condotto a Berlino ha permesso di scoprire che quando due musicisti suonano insieme lo stesso brano musicale, non solo si ha una sincronia tra il movimento delle dita, tra le note prodotte ma, sono sincronizzate anche le onde cerebrali dei due esecutori.

Gli scienziati attraverso l’utilizzo dell’elettroencefalogramma (EEG), hanno misurato ed analizzato le onde cerebrali di otto coppie di chitarristi professionisti durante l’esecuzione di brani musicali.  Ogni  coppia era impegnata a suonare 60 diverse variazioni di un breve motivo jazz. Lo studio ha evidenziando che i neuroni attivi sono localizzati principalmente nella corteccia motoria e somato-sensoriale, aree attivate per controllare e coordinare l’attività motoria durante l’esecuzione di un brano musicale. La scoperta sorprendente è che tra i circuiti neuronali interessati vi sono, i neuroni specchio, i quali si attivano, sia quando si cerca di imitare un’azione, sia quando si vede  altri compierla.

Si ipotizza che gli stessi circuiti neurali, potrebbero attivarsi nello sviluppo delle interazioni sociali e potrebbero spiegare le  interazioni sociali molto intense, come per esempio quelle tra la madre e il suo bambino o tra persone innamorate.

Dott.ssa Desirè Roberto

Bibliografia: Johanna Sänger*, Viktor Müller and Ulman Lindenberger. “Intra- and interbrain synchronization and network properties when playing guitar in duets”. Center for Lifespan Psychology, Max Planck Institute for Human Development, Berlin, Germany.

INIZIARE LA SCUOLA A CINQUE ANNI?

Molti genitori chiedono: è giusto far anticipare l’ingresso a scuola del proprio bambino?

Iniziare la scuola elementare è molto differente dal frequentare la scuola dell’infanzia, si richiedono al bambino il raggiungimento di obbiettivi precisi, oltre a dover stare a lungo seduto e attento.

Per affrontare senza difficoltà il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla scuola primaria, è importante che il bambino abbia acquisito i prerequisiti giusti: maturità emotiva, sicurezza, abilità linguistica, abilità fonologiche, capacità di simbolizzazione, abilità logico-matematiche e lo sviluppo psicomotorio. Inoltre, non tutti i bambini a 5 anni hanno sviluppato un’adeguata coordinazione oculo-manuale, molto importante per l’apprendimento delle abilità grafiche (scrivere). I bambini quindi, potrebbero andare incontro a notevoli difficoltà e insuccessi che, potrebbero avere conseguenze a lungo termine, sia per quanto riguarda gli apprendimenti futuri, sia per quanto riguarda il benessere generale del bambino.

In molti paesi Europei (Svezia, Finlandia, Lituania), l’ingresso a scuola avviene a 7 anni ed è sorprendente che le competenze acquisite a scuola, sono valutate come le migliori a livello europeo, sia a livello umanistico che a livello scientifico.

Anticipare l’ingresso a scuola a 5 anni, dovrebbe essere una scelta del tutto eccezionale che riguarda un singolo bambino/a. Sarebbe opportuno valutare attentamente il raggiungimento dei prerequisiti cognitivi ed emotivi, sia attraverso le osservazioni delle insegnanti, sia attraverso una valutazione fatta da personale specializzato.

Non rubiamo ai bambini l’infanzia ma rispettiamo il loro sviluppo con i loro tempi e le loro esigenze.

Quanto l’ambizione della famiglia rispetta le esigenze reali del bambino?

Dott.ssa Desirè Roberto

Perché gli uomini non ascoltano le donne?

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“Ehi, mi stai ascoltando?”

Mi rivolgo alle donne, quante volte avete litigato con il vostro partner facendogli questa domanda? Quante volte, dopo una lunga conversazione vi rendete conto che solo il 10% di quello che avete detto è stato recepito?

La scienza spiega PERCHE’ gli uomini non ascoltano le donne ma, questo non deve diventare un alibi!

Michael Hunter dell’Università di Sheffield (UK), ha individuato cause biologiche che porterebbero l’uomo a perdere l’attenzione quando una donna gli parla.

L’uomo e la donna, elaborano i suoni vocali in modo diverso. L’uomo elabora la voce femminile come se stesse ascoltando una melodia/musica (attivando l’area uditiva nel cervello), per tale motivo gli uomini devono “lavorare” di più per decifrare quello che le donne stanno dicendo. Però non hanno problemi a sentire un altro uomo in quanto la voce maschile sollecita l’attivazione di un’area cerebrale più piccola, nella parte posteriore del cervello che, permette una veloce decifratura.

Le donne, a differenza degli uomini, emettono suoni con frequenze diverse e più complesse, a causa della diversa forma delle corde vocali e della laringe.

Dunque, non vi arrabbiate troppo ma siate tolleranti.

Dott.ssa Desirè Roberto

 

 

Dilraj S. Sokhi, Michael D. Hunter, Iain D. Wilkinson and Peter W.R. Woodruff, “Male and female voices activate distinct regions in the male brainNeuroImage 27(3) 572-578, 2005.

La “pennichella” fa bene alla salute!

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Uno studio condotto in California, dimostra che, fare la “pennichella” pomeridiana:

aiuta la concentrazione. Studiosi dell’Università della California-Berkley  hanno sottoposto  due gruppi di giovani ad eseguire dei compiti cognitivi.  Ad un gruppo era stato concesso di riposare per 90 minuti, all’altro no. Coloro ai quali era stato concesso di riposare circa 90 minuti, riuscivano a svolgere meglio gli esercizi rispetto ad altri che non avevano avuto la possibilità di riposare.  Sono sufficienti 20-30 minuti per ottenere i benefici derivanti da una mente riposata e l’orario ideale è tra le 13 alle 16.

-riduce il richio di malattie cardiache. Sarah Conklin, professoressa di psicologia e neuroscienze all’Allegheny College afferma che: “Se si ha la possibilità di dormire da 45 minuti ad un’ora durante il pomeriggio si ottengono considerevoli benefici nel ridurre i rischi cardiaci derivanti da uno scarso riposo notturno”.

SELFIE-MANIA, cosa nasconde?

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Un vero e proprio tormentone definito anche come “selfie-mania”, il bisogno di fotografarsi e mandare in rete i propri autoscatti!

I social network sono letteralmente “bombardati” da selfie in cui ognuno tende ad apparire in una luce migliore: foto con amici, sorrisi smaglianti, sguardi sexy, labbra protruse e visi sempre truccati (anche nelle foto in pigiama!).

Si mostra di sé la parte migliore, il bisogno di far vedere all’altro quanto siamo orgogliosi di noi stessi, di ostentare la nostra immagine o la nostra felicità. Perché?

Il bisogno di mandare in rete i propri autoscatti, condividere particolari della propria vita privata, nasconde sicuramente un grande bisogno di affermazione, è un modo per dire “guardami, ci sono anch’io!”.

Un bisogno di approvazione molto probabilmente per un’insicurezza di fondo, una fragilità del proprio Sè. Vedere che la “rete” ha apprezzato la propria foto (attraverso il numero dei “mi piace” o dei commenti) fa sentire la persona apprezzata, considerata. Comportamenti egocentrici che possono sfociare nell’oversharing, ovvero, nella condivisione su Internet di ogni minimo dettaglio della propria vita privata. La distinzione tra ciò che è privato e ciò che è condivisibile con il “mondo” non è più molto netta e si passa dal selfie a condividere con il mondo quello che si sta facendo in quel momento, questo potrebbe condurre ad una perdita del senso di realtà.

Uno studio condotto da Diana I. Tamir e Jason P. Mitchell presso la Harvard University e pubblicato sulla rivista “Proceeding of the National Academy of Sciences” illustra come il 30- 40% delle comunicazioni tra individui vertono su argomenti di tipo personale e la percentuale raggiunge l’80% se trattasi di social network.

La ricerca ha cercato di capire: cosa motiva l’essere umano a cercare di condividere le proprie esperienze con gli altri?

Da questa ricerca è emerso un dato molto interessante: si è chiesto ai soggetti dello studio, di raccontare di sè o di esprimere opinioni su un’altra persona. Durante questo compito gli stessi soggetti sono stati sottoposti a risonanza magnetica funzionale, evidenziando un’attivazione del sistema mesolimbico dopaminergico, deputato alla percezione del senso di piacere. Quindi, comunicare agli altri i propri pensieri, opinioni, emozioni è correlato fortemente con l’attivazione di aree cerebrali deputate alla gratificazione.

Dallo studio quindi è emerso che parlare di sé o di un’altra persona è avvertita dal cervello come qualcosa di piacevole, quando questo piacere è ulteriormente rinforzato dalla presenza di qualcuno che ascolta, legge, vede, commenta e approva tenderà ancora di più ad essere messo in atto.

Dott.ssa Desirè Roberto

Bibliografia

Diana I. Tamir, Jason P. Mitchell (2012). “Disclosing information about the self is intrinsically rewarding”. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America.

Imparare a suonare fa bene al cervello!

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Cosa far fare al nostro bambino nel tempo libero? Oltre allo sport, utile alleato per lo sviluppo psico-fisico si potrebbe optare per la MUSICA!

Investire nella musica è investire sul cervello dei nostri piccoli!

Studiare musica fin da bambini ha numerosi benefici, ci sono prove sempre più evidenti che i musicisti hanno cervelli diversi rispetto a chi non suona, sia dal punto di vista organizzativo che funzionale. Suonare regolarmente uno strumento cambia la forma e la potenza del cervello e può essere utilizzato in terapia per migliorare le capacità cognitive.

  1. È un ottimo TRAINING PER LA CONCENTRAZIONE. Suonare richiede di concentrarsi su tono, tempo, ritmo e qualità del suono.
  • Stimola l’attenzione (selettiva vs. sostenuta);
  • Potenzia la memoria e l’utilizzo di mnemotecniche;
  • Stimola la capacità di analisi visiva.

Suonare musica in un gruppo aumenta ancora di più la concentrazione perché bisogna imparare non solo ad ascoltare se stessi, ma anche focalizzare la propria attenzione sul gruppo per poter suonare in modo armonico. La concentrazione è il presupposto di ogni processo di apprendimento, stimolando la concentrazione si avranno vantaggi anche a livello scolastico.

  1. Sviluppa la COORDINAZIONE OCULO-MOTORIA
    Lo spartito musicale è convertito a livello cerebrale: dalla lettura di note musicali, il sistema cerebrale deve convertire la nota percepita visivamente in schemi motori specifici. E’ un meccanismo che con il tempo diviene automatizzato ma pensate alla sorprendente capacità di convertire simboli posti sul pentagramma (note) in suono! E’ fantastico!
  1. Potenzia L’ABILITA’ MATEMATICA
    Gli studi hanno dimostrato che gli studenti che suonano uno strumento sono spesso migliori in matematica e raggiungono livelli più alti a scuola rispetto agli studenti che non lo fanno.
  1. Potenzia la CAPACITA’ DI LETTURA E COMPRENSIONE
    Secondo uno studio, i bambini che hanno studiato musica ottengono performance cognitive superiori nelle abilità di lettura rispetto ai loro coetanei non formati musicalmente.
    La musica coinvolge una costante lettura, capacità di comprensione e rielaborazione.
  1. RITARDA L’INVECCHIAMENTO CEREBRALE NELL’ETA’ ADULTA

Far studiare musica al proprio bambino è anche un investimento a lungo termine, coloro che hanno studiato musica risentono meno dell’invecchiamento cerebrale. Secondo la neurologa Dr.ssa Nina Kraus della Northwestern University: “Quello che vediamo in un adulto che ha studiato musica è un cervello biologicamente più giovane”. La musica rafforza le connessioni cerebrali coinvolte nella riproduzione sonora e possono influenzare positivamente le capacità linguistiche.

  1. INSEGNA LA COSTANZA

Imparare a suonare richiede tempo, dedizione e costanza. È fondamentale per i bambini i quali vorrebbero “tutto e subito”. Raggiungere traguardi scanditi nel tempo insegnerà loro che non tutto si può ottenere nell’immediato ma occorrono impegno e dedizione.

  1. ALLEVIA LO STRESS.

La musica è un’arte, è espressione del sentimento, delle proprie emozioni. La capacità di suonare permetterà di rilassarsi ed esprimere se stessi attraverso la musica.

  1. FAVORISCE IL BUON UMORE!

 

 

 

 

 Dott.ssa Desirè Roberto

Bibliografia

“Music Education Can Help Children Improve Reading Skills” Psychology of Music. Science Daily
Karen Merzenich.“More Evidence that Music Lessons May Strengthen the Brain”. Journal of Neuroscience

Smartphone: quali cambiamenti nella nostra vita?

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Pian piano, gli smartphone sono entrati a far parte della nostra quotidianità, eppure, ci hanno cambiato la vita!

Quali conseguenze in seguito all’uso quotidiano e costante degli smartphone?

Le ricerche confermano che l’uso del telefono cellulare causa numerose conseguenze sull’organismo:

  • Stress: il dover essere disponibili ovunque e in qualsiasi momento, dà la sensazione di non essere liberi. La gestione di tutte le funzioni del telefono cellulare e dei costi, la preoccupazione di perdere il telefono e mantenere la batteria carica.  
  • Compulsività: la coazione a controllare il display e la sensazione di stress quando non si è raggiungibili.
  • Decadimento prestazioni cognitive.I ricercatori hanno dimostrato che chi usa molto il cellulare, impara a pensare di meno e a fornire risposte velocemente (o impulsivamente). Dagli esperimenti è emerso che, coloro che utilizzano per molto tempo il telefono cellulare, tendono a fornire in compiti cognitivi risposte in modo veloce, grossolano e approssimativo, commettendo numerosissimi errori. La tendenza a rispondere in modo impulsivo potrebbe essere una conseguenza dell’annullamento del tempo di attesa, possiamo comunicare in modo immediato con tutti;  il bisogno di rispondere e avere risposte nell’immediato. Oltre a ciò, l’utilizzo di un linguaggio sintetico (sms-mail-chat) soprattutto nel bambino e nell’adolescente, rischia di prendere il sopravvento tra le funzioni cognitive ed emotive in via di sviluppo, predisponendo alla strutturazione di una forma di pensiero eccessivamente sintetico.
  • Intolleranza alla frustrazione dell’attesa. Si estende a tutti gli ambiti della vita, non sappiamo più aspettare, la possibilità di accedere ad una mole di informazioni in tempo reale (internet) innesca una sorta di intolleranza, un’incapacità di attendere. L’attesa che un tempo aveva grande valore sul piano emotivo (es. l’attesa di un ragazzo per poter vedere una ragazza) ha perso ogni connotato di piacere, anzi, subentra rabbia e frustrazione. Una nota pubblicità recita: “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere” ma non so quanto quest’affermazione possa riguardare anche i più giovani che, il più delle volte, non sono abituati ad attendere.
  • Disagi sul piano comunicativo reale. Il cellulare è diventato uno strumento per gestire abitualmente le relazioni. La “comunicazione telefonica” spesso è un sostituto della “comunicazione reale” (frontale). Questo tipo di comunicazione ha numerosi ripercussioni sul piano relazionale in quanto, spesso, non si conosce realmente l’altro e questo distacco potrebbe far idealizzare il referente della comunicazione. Inoltre, il non fronteggiare le discussioni vis à vis crea numerosi disagi sul piano comunicativo reale, non si riescono più a comunicare bisogni, desideri, insoddisfazioni in modo diretto ma, c’è sempre bisogno di una “protezione virtuale”, il telefono cellulare.

Quante volte parliamo con le persone guardandole negli occhi?

Il telefonino è diventato un antidepressivo, un mezzo per gestire la solitudine, ci fa sentire meno soli e asseconda (anche se in minima parte) il bisogno umano di essere amati e di essere importanti per qualcuno. Sapere che dall’altra parte c’è qualcuno con il quale possiamo interagire fa sentire meno soli ma, quando le luci si spengono, nel buio della nostra intimità, chi è con noi? I nostri amici virtuali, quale valenza hanno nella nostra vita concreta, reale? Quanto conoscono della nostra vita?

  • Labilità dei confini personali. Il telefonino diventa il simbolo della “presenza dell’altro”, ci fa sentire meno soli ma, allo stesso tempo, rompe i confini tra noi e l’altro. Attraverso il costante utilizzo di chat e social network, si rischia di non avere più “confini tra sé e l’altro”, tra ciò che è pubblico e condivisibile e, ciò che è intimo e privato. I confini tra noi e l’altro sono importantissimi per la costruzione della propria identità,  permettono di capire “dove finisce l’uno e dove inizia l’altro”. Quando l’identità non ha confini non si ha più un’ideale, non si hanno sogni ed obiettivi propri, spesso i bisogni e i desideri sono gli stessi di altri, quando non si ha un’identità non si sa chi si è né quale meta si vuole raggiungere nella vita. Chi siamo realmente?

Se ti è piaciuto l’articolo e vuoi saperne di più, leggi gli articoli:

NOMOFOBIA: dipendenza da smartphone

Smartphone: quali conseguenze sul nostro corpo?

Oltre alle componenti socio-psicologiche,  vi sono studi in letteratura riguardanti l’effetto dalle emissioni di radiazioni elettromagnetiche sulla salute fisica; il dibattito sulla loro pericolosità è ancora aperto. Vi è un sostanziale sviluppo nella comprensione di come le radiazioni dei telefoni cellulari, possono alterare le normali funzioni fisiologiche. 

Dott.ssa Desirè Roberto

Bibliografia

-Abramson MJ, Benke GP, Dimitriadis C, Inyang IO, Sim MR, Wolfe RS, Croft RJ. “Mobile telephone use is associated winth changes in cognitive function in young adolescents”. Bioeletromagnetics Volume 30, Issue 8, pages 678-686, December 2009. 

-Thomas S, Benke G, Dimitradis C, Inyag I, Sim MR, Wolfe R, Croft RJ, Abramson MJ. “Use of mobile phones and changes in cognitive function in adolescents“.

Dott.ssa Roberto Desirè

NOMOFOBIA: dipendenza da smartphone

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“Il mio tessoro”- disse Gollum (film “Il Signore degli anelli”).

C’è una cosa da cui non ti distacchi mai e quando qualcuno cerca di sottrartelo, dentro te, qualcosa sembra reclamare “Fermo! E’ il mio tesoro!”.

Pensa alla tua vita, qual è l’oggetto di cui non puoi fare a meno?

Lo porti con te sempre e ovunque:  in bagno, al tavolo mentre stai pranzando, a lavoro e ti accompagna giorno e notte.  Lo appoggi sul comodino prima di andare a letto, è l’ultima cosa che guardi prima di dormire, è la prima cosa che consulti appena sveglio. Non è un indovinello, è vita quotidiana. Quanto questa descrizione ti rappresenta? Quanto sei dipendente dal tuo telefono cellulare?

Molte persone portano il telefono cellulare anche sotto la doccia e hanno una fortissima ansia e angoscia di separarsene. Quanti hanno paura di perdere il proprio cellulare?

È uno scrigno in cui è racchiusa parte della nostra vita, spesso contiene i nostri segreti, i nostri contatti, ci permette di comunicare con gli altri e in qualche modo ci fa sentire “protetti” e amati perché qualsiasi cosa ci dovesse accadere tutti saprebbero dove siamo e potrebbero venirci in soccorso. Richiama i nostri più intimi bisogni e forse per questo ne teniamo così tanto in considerazione: essere amati, essere ricordati, essere importanti per qualcuno.

Qual è una delle più grandi paure dell’essere umano? Essere solo/non essere amato. Chi trova un amico trova un tesoro, quanti amici sentiamo intorno a noi quando siamo “connessi” con il mondo? Quale tesoro è racchiuso in quello “scrigno”?

La dipendenza da telefonino è anche definita “NOMOFOBIA” è un’abbreviazione del termine coniato in Gran Bretagna “no mobile phobia” e indica il terrore di smarrire il cellulare, una paura sproporzionata di rimanere fuori dal contatto di rete mobile.  Dei ricercatori Indiani hanno condotto un esperimento prendendo in esame 1000 studenti universitari di 10 diversi Paesi ai quali, è stato chiesto di stare un giorno intero senza telefono cellulare. Il risultato è stato che, gli studenti hanno percepito una forte frustrazione e una sensazione di solitudine, di panico, ansia e palpitazioni. Nonostante i partecipanti provenissero da diversi Paesi e quindi diversi livelli di sviluppo economico, tutti hanno mostrato lo stesso senso di smarrimento. Non avere con sé il proprio telefonino vuol dire: non ascoltare musica, non consultare Facebook, Twitter, Wath’s up etc. Vuol dire sentirsi persi, confusi, soli, vuol dire “essere fuori” dal mondo…

Dov’è il nostro modo, fuori o dentro? Pensiamoci…

Per saperne di più leggi gli articoli:

Smartphone: quali cambiamenti nella nostra vita?

Smartphone: quali conseguenze sul nostro corpo?

Dott.ssa Desirè Roberto

 

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