Smartphone: quali conseguenze sul nostro corpo?

pericolo_tSiamo letteralmente “bombardati” da onde elettromagnetiche, in particolar modo i nostri telefoni cellulari sono sempre con noi e a contatto con il nostro corpo. Molti studi hanno esaminato la reazione dei vari tessuti del corpo all’esposizione di radiazioni, i nostri corpi agiscono come antenne “parassite” le quali, ricevono le onde elettromagnetiche (EMW) e le convertono in campi elettrici e magnetici.

Ma cosa succede al nostro corpo? Le onde elettromagnetiche possono alterare delle funzioni fisiologiche? Gli scienziati hanno osservato:

  • Fluttuazioni dell’elettroencefalogramma (EEG), del sonno e  delle funzioni neuroendocrine e diminuzione della funzione cognitiva e della secrezione di melatonina.
  • Aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa a riposo.
  • Difficoltà di concentrazione, aumento della fatica, frequenti mal di testa con sensazione di bruciore vicino all’orecchio o intorpidimento e formicolio del tessuto esposto al contatto diretto.

Vi sono numerosi studi che hanno accertato la nocività dell’uso del telefono cellulare, causa di diverse patologie: tumori, sterilità (in quanto influiscono sulla produzione di testosterone) e insonnia.

  • Tumori.

In letteratura vi sono numerosi studi riguardanti la correlazione tra l’uso del telefono cellulare e lo sviluppo di tumori, soprattutto a livello cerebrale e nel Sistema Nervoso Centrale. Uno studio condotto dal Dottor Schüz e colleghi, si è riscontrato una forte associazione tra l’esposizione notturna a campi elettromagnetici e la probabilità nei bambini di ammalasi di leucemia. Uno studio ha riportato un aumento del 40% di rischio di glioma nella categoria più alta di consumatori (media di 30 minuti al giorno per un periodo di 10 anni).

Nonostante le numerose controversie a riguardo, in Italia, per la prima volta, il 18 Ottobre 2012, la Cassazione riconosce il legame tra tumore e l’uso del telefono cellulare. La storia è quella di un Manager di una multinazionale che per lavoro ha utilizzato  il telefono (cordless o cellulare), con una media di 5-6 ore al giorno, per dodici anni. Dopo aver  scoperto di avere un tumore al nervo trigemino ed essere stato operato, chiede una pensione di invalidità all’Istituto Nazionale per le Assicurazioni contro gli Infortuni sul Lavoro (Inail) che gliela nega. La Cassazione condannerà l’Inail la quale dovrà risarcire il Manager.

Vi sono molti studi che dimostrano l’innocuità dell’uso del telefonino, ma molti sono inaffidabili in quanto finanziati dagli stessi produttori di cellulari.

  • Sterilità maschile.

Le correnti elettriche generate, possono alterare l’ambiente ormonale e il microambiente testicolare, necessario per la produzione dello sperma. Gli spermatozoi sono cellule elettricamente attive e la loro esposizione alle onde elettromagnetiche  può influenzare la loro motilità,  morfologia e anche il loro numero. I meccanismi cellulari che mediano gli effetti nocivi delle radiazioni cellulari sugli spermatozoi e sulla potenziale fertilità maschile sono: la perdita delle membrane plasmatiche, la deplezione del calcio e lo stress ossidativo.

  • Insonnia

Una ricerca del National Sleep Foundation asserisce che, la televisione, i computer, i cellulari e altri dispositivi elettronici, rischiano di compromettere il riposo notturno e lo stato di salute generale. Inoltre, possono causare depressione, ansia, deficit di attenzione e iperattività. Secondo gli studiosi è necessario oltre a dormire 7/8 ore, anche  che la camera da letto sia off-line. Inoltre, è stata trovata una correlazione positiva, tra l’utilizzo de telefono cellulare e la difficoltà ad addormentarsi. Gli effetti di eccitazione che i ricercatori hanno misurato, sono equivalenti  a circa la metà di una tazza di caffè.

Se questo argomento ti interessa, ti invito a leggere anche i seguenti articoli:

Smartphone: quali cambiamenti nella nostra vita?

NOMOFOBIA: dipendenza da smartphone

Tablet ai bambini: un bene o un male?

Dott.ssa Desirè Roberto

STRATEGIE CONTRO LA PAURA DEL BUIO NEL BAMBINO

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I nostri bambini piangono, non vogliono dormire soli e per di più al buio.

Perché i bambini hanno paura del buio?

Il buio, nell’immaginario collettivo, rappresenta tutto ciò che non possiamo controllare con i nostri sensi e per questo, potrebbe nascondere molti potenziali pericoli.  I neonati non hanno questa paura, hanno  paura dei rumori forti e del dolore ma, non hanno paura del buio perché vengono da un luogo buio. Generalmente intorno all’età di 2-3 anni, dopo aver appreso la differenza tra buio e luce, inizieranno ad avere paura nel buio, non del buio. La paura è legata a tutto ciò che può accadere nel buio: brutti sogni, rumori, presenza di mostri. Può essere un’angoscia legata alla separazione dai genitori, l’abbandono, il distacco.

Come devono comportarsi i genitori?

  • Prima di tutto è necessario “accogliere” la paura del bambino e non ridicolizzarlo. Concedersi un po’ di tempo per stare con lui e rassicurarlo, assicurando che non ci sono né mostri, né presenze strane. A volte sono importanti giochi per “esorcizzare” la paura, attraverso il gioco il bambino si tranquillizza.
  • Raccontare una favola è un alleato contro la paura, le fiabe hanno come oggetto la paura e rappresentano la metafora delle paure del bambino. È importante dare intonazione alla fiaba, non solo leggerla ma raccontarla esprimendo con la prosodia la tensione emotiva dei personaggi del racconto. La fiaba permette al bambino di identificarsi con i personaggi che come lui, hanno paura ma, alla fine ne escono vittoriosi. Sono eroi che riescono a distruggere il male. Attraverso il racconto, il bambino impara a riconoscere le sue paure, identificarsi e a superarle.
  • Può essere positivo regalare al bambino un orsacchiotto che faccia da compagnia (oggetto di transizione).
  • Per abituare il bambino a dormire solo, si può utilizzare una piccola lucina da parete per poi eliminarla gradualmente rendendo partecipe il bambino. (“Proviamo a spegnere la luce per 5 min? La mamma ritorna tra 5 min e la riaccende.”)
  • È opportuno lasciare aperta la porta della stanza del bambino affinché, il bambino sappia che, se dovesse avere paura, la mamma o il papà sarebbero subito da lui.

I genitori dovrebbero evitare di trasmettere ansie o paure immotivate al bambino (ad esempio “il lupo cattivo”).  Il bambino pensa che tutto può prendere forma e tutto può accadere, se abituiamo il piccolo all’idea del “lupo cattivo” o a qualsiasi altro essere animato/inanimato che lo punirà, contribuiamo a trasmettergli ansia e paure. Tuteliamo i nostri piccoli.

                                                                                                                                                                        Dott.ssa Desirè Roberto

ANCHE I GRANDI TEMONO IL BUIO!

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Situazione tipo: sei in pigiama e stai per andare a letto, fai un giro per casa e ispezioni che non ci siano porte o finestre aperte, spegni la luce ma lasci la bajour accesa, pensi di spegnerla ma poi pensi che un po’ di luce ti terrà compagnia, dopo un po’ la spegni. E’ tutto buio, chiudi gli occhi e cerchi di distrarti ma, all’improvviso un sentore negativo, forse un rumore, forse un’ombra, riaccendi la luce e pensi sia meglio tenerla accesa. Senti il cuore battere forte e hai difficoltà ad addormentarti. Stai  sicuramente sperimentando il disagio associato all’oscurità. Il timore delle tenebre è tipico dell’infanzia ma, a volte, è presente anche in età adulta. La mancanza di luce scatena pensieri negativi e paura, non tanto per il buio in sé quanto piuttosto, sui pericoli che vi si potrebbero annidare, tutto ciò che non riusciamo a controllare può rappresentare un pericolo. Il buio spaventa molto di più quando si è da soli in una stanza infatti, la presenza di un’altra persona ci fa sentire protetti da quello che si nasconde nell’oscurità, lenisce il senso di vulnerabilità e la sensazione di essere indifesi. In alcune persone, il solo pensiero di dormire con la luce spenta mette in stato d’agitazione con una reazione psicofisica di allerta: palpitazioni, sudorazione, brividi, respiro affannoso.

Tecnicamente si chiama “Acloufobia” (in greco, achlys, oscurità, e fòbos, fobia), è un disturbo che solitamente si riscontra nei bambini che hanno timore di dormire da soli e per di più al buio, a volte, tale disturbo è presente anche negli adulti. La paura è un’emozione governata prevalentemente dall’istinto, ha come obiettivo la sopravvivenza dell’individuo di fronte ad una potenziale o reale situazione di pericolo. Ogni età ha le sue paure, il neonato ad esempio ha paura dei rumori forti e del dolore ma, non ha paura del buio perché viene da un luogo buio. Generalmente intorno all’età di 2-3 anni, dopo aver appreso la differenza tra buio e luce, inizierà ad avere paura nel buio, non del buio.

Quali sono le cause dell’acloufobia?

Le cause potrebbero essere molteplici, negli adulti, il più delle volte è la conseguenza di un’esperienza spiacevole capitata in assenza di luce quando si era bambini. A volte, rimane silente per anni e poi, all’improvviso, in  un momento di forte stress o in un periodo particolarmente difficile può emergere.

Come fronteggiare il problema?

Chiedere un supporto. La paura degli adulti solitamente è solo la punta dell’iceberg, bisogna risalire all’origine della fobia per questo è fondamentale l’aiuto di un esperto. Ogni persona ha una propria storia ed è per questo utile una terapia mirata.

Quando dormo con la luce accesa sono più tranquillo:

Una ricerca effettuata dalla Society for Neuroscience dell’Ohio State University ha messo in evidenza che la luce accesa mentre si dorme influisce sul tono dell’umore e alterando gli stati sonno-veglia, crea squilibri ormonali i quali facilitano l’insorgenza di depressione.

Dott.ssa Desirè Roberto

Bibliografia

A.Querzè,L.A. Pini. Voci dalla paura. Riflessioni e analisi di un’emozione complessa. 2011. Franco Angeli

CAMPANELLI D’ALLARME NEI DISTURBI SPECIFICI DELL’APPRENDIMENTO

libri-per-chi-non-vuole-andare-a-scuolaQuali sono i campanelli d’allarme di un Disturbo Specifico dell’Apprendimento? Quali sono le cose che possono farci sospettare che il nostro piccolo abbia una difficoltà relativa all’acquisizione di abilità specifiche? I disturbi dell’apprendimento sono vari e differenti tra loro, le difficoltà non si manifestano necessariamente tutte insieme o nella stessa combinazione.

Lettura: il bambino, dalla fine della prima elementare in poi, mostra di non riuscire a leggere in maniera fluente, di fare fatica a mettere insieme le sillabe delle parole;

  •  legge lentamente a volte sillabando;
  •  confonde le lettere: che appaiono simili graficamente (m-n; b-d-q-p; a-e);

che suonano simili (t-d; f-v; p-b ecc..);

  •  Inverte le lettere, le aggiunge o le omette;
  •  legge le prime lettere e “tira a indovinare” la parola, a volte sbagliandola;
  • salta le righe e/o le parole;
  • legge una parola correttamente all’inizio della pagina, ma può leggere la stessa parola in modi diversi prima di arrivare alla fine del brano;

Il bambino può anche leggere abbastanza bene ma molto lentamente, oppure non comprende ciò che legge.

Scrittura: per quanto riguarda la scrittura, può succedere che il bambino non riesca a scrivere in corsivo, nemmeno lentamente, oppure che scriva ma non riesca ad ottenere un buon tratto grafico o addirittura che la scrittura in corsivo sia poco leggibile o illeggibile.

  • scambia suoni simili per forma (m-n; b-d) o per suono (p-b; v-f);
  • omette alcune lettere, sillabe, o parti di parola o ne aggiunge (”babola” invece di “bambola”, “bicieta”invece di “bicicletta”);
  • compie errori ortografici;
  • commette numerosi errori nella copiatura;
  • unisce o separa indebitamente due parole;
  • può usare in modo non adeguato lo spazio sul foglio;

Matematica: il bambino manifesta numerose difficoltà sin dalla prima elementare, ha difficoltà a stimare la grandezza tra quantità diverse o a capire i numeri.

  •  nell’enumerazione, nel cambio di decina e/o omette i numeri;
  • nel recupero dei risultati di calcoli rapidi (2­­+2 =4) o delle tabelline;
  • nelle procedure (calcoli in colonna, espressioni ecc…);
  • nella scrittura dei numeri e fa confusione tra i simboli matematici;
  • di gestione dello spazio e quindi problemi con l’incolonnamento delle operazioni;
  • nella risoluzione di problemi;

Il bambino potrebbe avere anche altre difficoltà come ad esempio:

  • riconoscere destra e sinistra;
  • nel dire l’ora e nel leggere l’orologio analogico;
  • nel tenere a mente informazioni appena ricevute;
  • nella memorizzazione e nel recupero di sequenze: giorni della settimana; mesi dell’anno, stagioni, alfabeto;
  • a memorizzare termini specifici delle materie scolastiche;
  • a orientarsi nello spazio e nel tempo;
  • motorie come allacciarsi le scarpe o i bottoni;

Se sei interessato a conoscere meglio i Disturbi Specifici dell’Apprendimento, leggi gli articoli: Difficoltà con lo studio?         La scuola è il suo incubo!        Cosa sono i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA)?

Dott.ssa Desirè Roberto

 

Bibliografia
G.Stella, L. Grandi. 2013. Come leggere la dislessia e i DSA. GiuntiScuola Editore. Firenze

Cosa sono i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA)?

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I DSA sono disturbi neurobiologici che interessano SOLO alcune abilità specifiche, le quali, devono essere acquisite dai bambini in età scolare, si caratterizzano per la significativa difficoltà nell’acquisire e padroneggiare con facilità uno o più processi relativi alla lettura, alla scrittura e/o al calcolo. Il livello intellettivo generale del bambino è adeguato (Quoziente intellettivo nella media). Le difficoltà, per definizione, non devono essere spiegate da difficoltà primarie nelle aree sensoriale (deficit di vista o udito non corretti), intellettiva, o neurologica, né da carenti opportunità di apprendimento.

Miti da sfatare:

  1. I DSA non dipendono fattori esterni (carenze di supporto nello studio, svantaggio socio-culturale, fattori stressanti emotivamente, traumi psicologici ecc.)
  2. I bambini aventi un Disturbo Specifico dell’Apprendimento non hanno alcun ritardo mentale, il funzionamento intellettivo generale è nella media.
  3. Non è corretto sostenere che il bambino non impara perché non ha voglia di imparare ma, il bambino ha difficoltà ad acquisire determinate abilità a causa di disfunzioni neurobiologiche.
  4. “Il bambino è svogliato”, la demotivazione allo studio è una conseguenza non una causa del Disturbo Dell’Apprendimento. Il bambino non riesce a seguire e stare al passo con i compagni, come può sentirsi? Tutti leggono bene e lui non ci riesce, quanti compagni lo prendono in giro? Sfiderei ogni adulto a trovarsi in situazioni così, quale voglia di studiare? Da dove cominciare?
  5. Tali disturbi non sono attribuibili ad un blocco psicologico o relazionale.
  6. “I genitori devono seguirlo di più…”. Sicuramente il supporto e le guida dei genitori è molto importante ma, è opportuno l’aiuto di uno specialista in quanto, al di là dei compiti da fare, vi è bisogno di una vera e propria riabilitazione. Il bambino e i genitori impareranno a destreggiare strumenti per compensare tale disturbo. Il bambino per i frequenti insuccessi scolastici e, a causa dei rimproveri a cui frequentemente è sottoposto, è demotivato e scoraggiato e spesso ha un comportamento rinunciatario. Lo specialista accompagna il bambino in un percorso teso a riscoprire se stesso, i propri limite e le proprie potenzialità. Il bambino seguito e motivato, imparerà anche a fare i compiti con altri strumenti divenendo un’attività piacevole e non frustrante.

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento sono classificati in base alla funzione deficitaria:

  1. Dislessia: disturbo specifico di lettura, difficoltà ad effettuare una lettura accurata;
  2. Disortografia: difficoltà a scrivere in modo corretto, commette errori ortografici significativamente superiori a quelli attesi per età/scolarità.
  3. Disgrafia: disturbo della scrittura di natura motoria, difficoltà a scrivere in modo veloce e fluido. Deficit nei processi della realizzazione grafica.
  4. Discalculia: Deficit nelle componenti di cognizione numerica o/e delle procedure esecutive e calcolo. (Difficoltà a manipolare, quantificare, recuperare informazioni riguardo ai numeri es. tabelline).

Chi fa la Diagnosi?

La diagnosi è effettuata nell’ambito dei trattamenti specialistici già assicurati dal Servizio Sanitario Nazionale ed è comunicata dalla famiglia alla scuola di appartenenza dello studente. La scuola deve essere a conoscenza di tale diagnosi per poter operare le oppure misure dispensative (riguardano la dispensa da alcune prestazioni, ad esempio dalla lettura ad alta voce, prendere appunti, etc.) strumenti compensativi (sono strumenti che permettono di compensare la debolezza funzionale derivante dal disturbo).

Dott.ssa Desirè Roberto

Leggi anche: “La scuola è il suo incubo!” “Campanelli d’allarme nei Disturbi Specifici dell’Apprendimento”

La scuola è il suo incubo!

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Le mamme si disperano, i bambini non vogliono più studiare, fare i compiti è diventato una vera tortura, questa è una routine che si ripete ogni giorno!

Tuo figlio non vuole studiare? Ha difficoltà a scuola? Le maestre si lamentano?

La domanda lecita di ogni mamma è: Cosa devo fare?

Cara mamma, ci sono tante cose che possono influire sull’andamento scolastico del tuo bambino, la demotivazione nello studio è attribuibile ad una immensità di fattori.

Siamo di fronte ad una difficoltà momentanea o il tuo bambino ha avuto sempre difficoltà?

Se il tuo bambino non ha mai avuto problemi a studiare o ad andare scuola, ha imparato a leggere correttamente, non ha avuto problemi ad imparare una poesia o una tabellina, a risolvere problemi o a comprendere un racconto, si potrebbe ipotizzare che il tuo bambino abbia solo una difficoltà momentanea. Le difficoltà in apprendimento possono essere molteplici, possono essere legate ad un particolare stato emotivo-psicologico del bambino. Le motivazioni di tali difficoltà,  vanno ricercate soprattutto nell’ambiente in cui il bambino è inserito (casa-scuola). È importante individuare la radice di tale difficoltà o malessere: ci sono stati dei cambiamenti in famiglia? È nato un fratellino/sorellina? Avete cambiato casa? Mamma o papà hanno perso il lavoro? C’è stato un lutto? C’è stata una discussione particolarmente accesa in casa? A scuola c’è stato qualche problema? Etc.

Molti avvenimenti considerati “banali” per l’adulto, possono essere fonte di malessere per il bambino. Le difficoltà momentanee possono essere superate, naturalmente, dipende dal problema alla radice (superare un lutto è diverso dal superare una lite con i compagni di classe) e dagli strumenti utilizzati (l’aiuto di uno psicologo può essere fondamentale per individuare cause e strategie risolutive). Il bambino può riprendere ad andare a scuola serenamente e ad avere lo stesso andamento scolastico avuto in precedenza.

Se invece, il tuo bambino ti fa disperare dal primo anno di scuola, se nonostante gli stia vicino e lo aiuti con i compiti mostra ancora immense difficoltà nel leggere, ha difficoltà a stare al passo con gli altri compagni di classe, è demotivato e la scuola è diventato il suo peggior incubo, potremmo trovarci (ma non è detto che sia categoricamente così) di fronte ad un disturbo dell’apprendimento. A causa delle difficoltà scolastiche, spesso i bambini che manifestano questo disturbo si mostrano sfiduciati e con bassi livelli di autostima scolastica. Solitamente questi bambini sono etichettati come svogliati e non portati per la scuola.

Cos’è un disturbo dell’apprendimento?

Con il termine Disturbo dell’Apprendimento (o DSA) ci si riferisce solo a deficit nelle abilità scolastiche che possono verificarsi in ragazzi per il resto normali. Sono disturbi neurobiologici che riguardano SOLO determinate aree di apprendimento (LETTURA, SCRITTURA, CALCOLO) senza compromissioni dell’intelligenza generale. A differenza delle difficoltà di apprendimento, modificabili con interventi mirati, i disturbi dell’apprendimento, non dipendono da fattori esterni ma sono innati e resistenti all’automatizzazione.

Se sei interessato a conoscere meglio i Disturbi Specifici dell’Apprendimento

leggi gli articoli: Difficoltà con lo studio?

CAMPANELLI D’ALLARME NEI DISTURBI SPECIFICI DELL’APPRENDIMENTO

Cosa sono i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA)?

 

Dott.ssa Desirè Roberto

Esperta in Disturbi Specifici dell’Apprendimento Contatti

Le abbuffate di dolci possono diminuire la memoria!

Una  ricerca condotta dall’University di New South Wales di Sydney, pubblicata su Brain, Behavior and Immunity ci mette  in allarme: ATTENTI AGLI ZUCCHERI! LE ABBUFFATE DI DOLCI, POSSONO DIMINUIRE LE CAPACITA’ CEREBRALI, SOPRATTUTTO LA MEMORIA!

Gli scienziati hanno condotto un esperimento sui topi, ai quali, sono stati somministrati alte dosi di acqua zuccherata, come conseguenza, gli animali, hanno mostrato perdita di memoria e difficoltà nell’esecuzione di azioni, effetti negativi e permanenti. Gli scienziati hanno provato a sottoporre i ratti ad una normale alimentazione ma ciò che era stato perso non è stato più recuperato. Oltre il danno alla memoria, è stato riscontrato anche un aumento dello stato infiammatorio dell’ippocampo, area cerebrale implicata nella memoria spaziale. La Dottoressa Morris sostiene che, questi risultati possono essere rilevanti anche per le persone.

Per i più golosi le opzioni sono due: far finta di non aver mai letto quest’articolo o mangiare con la consapevolezza che nel nostro cervello qualcosa può cambiare “mangio per dimenticare”.
Buona quarantena a tutti… vado a preparare un dolce 🤪
 Dott.ssa Desirè Roberto
Bibliografia:
Jessica E BeilharzJayanthi ManiamMargaret J Morris “Short exposure to a diet rich in both fat and sugar or sugar alone impairs place, but not object recognition memory in rats.” School of Psychology, University of New South Wales. Brain Behavior and Immunity (Impact Factor: 5.61). 12/2013;

PERCHE’ C’E’ CRISI E I RISTORANTI SONO PIENI?

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Chi di voi non ha fatto quest’osservazione? Si parla tanto di crisi, ci sono famiglie intere senza lavoro eppure, se usciamo una sera, abbiamo difficoltà a trovare un posto a sedere in un locale, i centri commerciali pullulano di gente, gli aeroporti sono pieni, gli alberghi altrettanto, tutti in vacanza eppure…C’E’ CRISI!

La crisi c’è o non c’è?  Non possiamo affermare che la crisi non esista, l’assenza di lavoro è un dato di fatto, la disoccupazione è un indice in aumento ma, come possiamo spiegare tutto questo? Non stiamo parlando degli “intoccabili” a cui la crisi non ha arrecato nessun danno ma, parliamo di gente comune, parliamo di noi.

Siamo in piena ELABORAZIONE DEL LUTTO! In psicologia, si parla di elaborazione del lutto per indicare l’elaborazione di una molteplicità di perdite, per citarne alcune:

-Perdita di una persona cara (sia per la morte, sia per il fallimento di una relazione  amorosa o amicale);

-Perdita di una parte del corpo (ad esempio un’amputazione);

-Perdita del lavoro (un fallimento lavorativo).

 Ogni elaborazione è caratterizzata da cinque fasi (Elisabeth Kubler Ross) :

Negazione/Rifiuto: si nega il lutto, non si riesce ad accettare la   realtà e come naturale meccanismo di difesa, neghiamo che esso esista e continuiamo (nel caso della perdita del lavoro) a comportarci come abbiamo sempre fatto;

Rabbia: quando si realizza la perdita, il dolore e la non accettazione di quello che è accaduto o sta accadendo provoca una grande rabbia, la domanda frequente in questo stadio è “Perché a me?”. Tale rabbia, a volte è rivolta verso se stessi o persone vicine o, nel caso di un lutto reale, verso la stessa persona che è venuta a mancare;

Negoziazione/contrattazione: si tenta di reagire cercando soluzioni per spiegare quanto è accaduto;

Depressione è un’arresa di fronte alla situazione;

Accettazione: la persona prende realmente consapevolezza di quello che accaduto.

Ritornando alla crisi, la perdita del lavoro è da considerarsi un vero e proprio lutto! Il lavoro ci dà senso di identità, autonomia, sicurezza, senso di stabilità, perderlo, equivale a perdere dei punti cardini della propria vita e ripartire non è semplice, soprattutto se non si è più giovanissimi. Il voler negare la crisi e continuare a fare quello che si faceva prima, anche se non c’è lavoro, anche se stiamo consumando i nostri risparmi è una negazione del lutto. Solo quando il portafoglio sarà davvero vuoto arriveremo alla vera accettazione…E tu in quale fase dell’elaborazione sei?

Dott.ssa Desirè Roberto


Perchè Peppa Pig piace tanto ai bambini?

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Peppa Pig è una vera invasione! Trasmessa in 180 Paesi, è arrivata in Italia nel 2011 dall’Inghiltera e, come negli altri Paesi è diventata una star! Vi sono gadget per tutti i gusti: peluche, lenzuola, zaini, libri, costumi, teli mare, tappeti, tazze, posate, piatti, penne, astucci, quaderni, zaini, borsette, libri, cd, orologi e tanto altro ancora.
Per quale motivo questo maialino piace tanto ai nostri bambini?
Sicuramente è un cartone “studiato ad hoc” per piacere ai più piccoli, non a caso ha diverse caratteristiche adatte per un pubblico di piccoli ascoltatori:
1 .    La sigla che, apre e chiude ogni puntata è orecchiabile, di breve durata, si ripete sequenzialmente ogni cinque muniti, è quasi ipnotica.
2 .  Gli episodi sono corti (circa 5 minuti), studiati tenendo conto del tempo di concentrazione dei bambini in modo tale da poter seguire senza “perdersi” né stancarsi;
3 .   La voce fuori campo spiega con chiarezza e semplicità quello che succede, con frasi corte che contengono sempre soggetto ed azione;
4 .   I personaggi sono antropomorfizzati ( hanno caratteristiche umane). L’antropomorfismo, ovvero l’attribuzione di caratteristiche e qualità  umane ad esseri animati o inanimati, fenomeni naturali o soprannaturali, affascina grandi e piccini. I bambini danno nomi a peluches, bambole, animali, giocano immaginando (e desiderando) che possano parlare come gli umani.
Questo cartone animato fa bene ai bambini? Aspetti controversi.
Un elemento contraddistingue il cartone di Peppa pig dagli altri: LA FAMIGLIA ATTENTA E PREMUROSA. Peppa ha due genitori presenti e disponibili,  giocano con lei e con il fratellino George, sono sempre attenti alle richieste dei figli, non si arrabbiano mai e alla fine di ogni puntata (qualsiasi cosa succede), finisce con una grossa, grassa risata collettiva o in alternativa tutti a saltare nelle pozzanghere di fango. Questo, per alcuni, è un insegnamento che serve a grandi e piccini. Ogni bambino ha il DIRITTO di essere amato, rispettato, di avere genitori attenti e premurosi ma, cosa accade quando in casa non regna l’amore e l’armonia? I genitori di Peppa sono sempre carini e trovano sempre una soluzione a tutto e nonostante le marachelle di Peppa non si arrabbiano mai.
Secondo voi, Peppa e la sua famiglia idealizzata, è un confronto positivo o negativo per i nostri piccoli?
Peppa Pig, a volte, è un personaggio irriverente e capriccioso, quanto i bambini apprendono dal suo comportamento? Ci sono bambini che hanno iniziato ad “esprimersi” in rutti e grugniti?
Dott.ssa Desirè Roberto
Sitografia
unamammapsicoterapeuta.wordpress.com

EHI TU…QUALI SCARPE INDOSSI?

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“Uhmm…non ho le scarpe adatte per questo vestito” quante volte abbiamo pronunciato questa frase?  Le donne amano le scarpe per vanità o c’è qualcosa in più? Perché compriamo determinate scarpe e scartiamo altre?
Secondo una recente ricerca della University of Kansas e del Wellesley College negli Stati Uniti,  le scarpe svelano alcune caratteristiche di chi le indossa.
Alcuni sostengono che scegliamo le nostre scarpe in base a ciò che vogliamo comunicare, ad esempio:
Se vogliamo comunicare femminilità, raffinatezza scegliamo  sandali e  decolletèes con i tacchi  alti. È da considerare che la scelta della scarpa è strettamente legata alla postura che assumiamo, per cui una donna che avanza con i tacchi alti avrà movenze molto diverse  da chi cammina con scarpe sportive. In alcuni casi, il tacco può rappresentare un colmare un’insicurezza, una donna insicura che cerca di affermare la propria femminilità.
Quando scegliamo le scarpe con la zeppa? Quando vogliamo coniugare la femminilitàcon la praticità, sono persone attive, dinamiche e indipendenti che avvertono il bisogno di manifestare la propria femminilità. Solitamente queste donne amano sia il tacco sia la scarpa bassa e, quale connubio perfetto se non la zeppa?
Se vogliamo comunicare  fermezza e praticità: indossiamo ballerine, anfibi e stivali bassi.  Si ipotizza che donne che scelgono le ballerine sono sicure di se stesse, puntano alla praticità e non guardano solo all’aspetto esteriore delle cose. C’è chi tra queste donne sceglie ballerine particolari, appariscenti o con colori molto accesi, chi sono? Sono quelle che amano distinguersi dalla massa e farsi notare, denotano una forte sicurezza in se stesse a cui poco importa il giudizio altrui. Le donne che scelgono imocassini? Sicuramente sono donne che  desiderano mostrare sempre la loro serietà esobrietà, amano le cose comode, classiche, tradizionali. Gli anfibi sono preferiti da persone tendenzialmente più aggressive mentre i calmi privilegiano le scarpe comode e pratiche.
Se vogliamo apparire indipendenti: indossiamo le sneaker, le scarpe sportive.  Donne che  adorano il look casual all’insegna della praticità e della  comodità. Sono tipicamente donne molto attive, concrete e dirette nel rapporto con gli altri.
Scarpe pratiche e funzionali sono associate a persone piacevoli e rilassate.
Voi che scarpa siete? Le vostre scarpe rispecchiano chi siete?
Dott.ssa Desirè Roberto
Bibliografia
Omri Gillath, Angela J. Bahns, Fiona Ge. University of Kansas e Wellesley College  (2012) “Shoes as a source of first impressions”. Journal of Research in Personality.
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