EHI TU…QUALI SCARPE INDOSSI?

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“Uhmm…non ho le scarpe adatte per questo vestito” quante volte abbiamo pronunciato questa frase?  Le donne amano le scarpe per vanità o c’è qualcosa in più? Perché compriamo determinate scarpe e scartiamo altre?
Secondo una recente ricerca della University of Kansas e del Wellesley College negli Stati Uniti,  le scarpe svelano alcune caratteristiche di chi le indossa.
Alcuni sostengono che scegliamo le nostre scarpe in base a ciò che vogliamo comunicare, ad esempio:
Se vogliamo comunicare femminilità, raffinatezza scegliamo  sandali e  decolletèes con i tacchi  alti. È da considerare che la scelta della scarpa è strettamente legata alla postura che assumiamo, per cui una donna che avanza con i tacchi alti avrà movenze molto diverse  da chi cammina con scarpe sportive. In alcuni casi, il tacco può rappresentare un colmare un’insicurezza, una donna insicura che cerca di affermare la propria femminilità.
Quando scegliamo le scarpe con la zeppa? Quando vogliamo coniugare la femminilitàcon la praticità, sono persone attive, dinamiche e indipendenti che avvertono il bisogno di manifestare la propria femminilità. Solitamente queste donne amano sia il tacco sia la scarpa bassa e, quale connubio perfetto se non la zeppa?
Se vogliamo comunicare  fermezza e praticità: indossiamo ballerine, anfibi e stivali bassi.  Si ipotizza che donne che scelgono le ballerine sono sicure di se stesse, puntano alla praticità e non guardano solo all’aspetto esteriore delle cose. C’è chi tra queste donne sceglie ballerine particolari, appariscenti o con colori molto accesi, chi sono? Sono quelle che amano distinguersi dalla massa e farsi notare, denotano una forte sicurezza in se stesse a cui poco importa il giudizio altrui. Le donne che scelgono imocassini? Sicuramente sono donne che  desiderano mostrare sempre la loro serietà esobrietà, amano le cose comode, classiche, tradizionali. Gli anfibi sono preferiti da persone tendenzialmente più aggressive mentre i calmi privilegiano le scarpe comode e pratiche.
Se vogliamo apparire indipendenti: indossiamo le sneaker, le scarpe sportive.  Donne che  adorano il look casual all’insegna della praticità e della  comodità. Sono tipicamente donne molto attive, concrete e dirette nel rapporto con gli altri.
Scarpe pratiche e funzionali sono associate a persone piacevoli e rilassate.
Voi che scarpa siete? Le vostre scarpe rispecchiano chi siete?
Dott.ssa Desirè Roberto
Bibliografia
Omri Gillath, Angela J. Bahns, Fiona Ge. University of Kansas e Wellesley College  (2012) “Shoes as a source of first impressions”. Journal of Research in Personality.

USO DEL CELLULARE IN GRAVIDANZA E IPERATTIVITA’? UN’IPOTESI!

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Quanto può far male per le donne in gravidanza l’uso del telefonino e l’esposizione del feto alle onde elettromagnetiche?
Secondo uno studio condotto dagli scienziati presso la Yale School of Medicine, l’esposizione dell’utero alle radiazioni del cellulare, potrebbe essere una possibile causa di diagnosi di Sindrome da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD). Questa ipotesi nasce dalle osservazioni condotte su roditori, feti esposti alle radiazioni del cellulare, potrebbero soffrire di problemi comportamentali e avere una ridotta capacità mentale. La corteccia prefrontale, coinvolta nei Deficit Attentivi dei pazienti con problematiche dell’attenzione, è anche la parte del cervello che sembra essere maggiormente colpita dalle radiazioni. I topi sottoposti a radiazioni, tendono ad essere più iperattivi e, sono dotati di minore capacità mnemonica, i problemi comportamentali riscontrati, somigliano a quelli dell’ ADHD. Gli scienziati hanno attribuito questo mutamento comportamentale ad un effetto durante la gravidanza nello sviluppo dei neuroni nella corteccia cerebrale. Gli studiosi deducono da questo esperimento che l’incremento dei disturbi comportamentali dei bambini, potrebbe essere in parte provocato all’esposizione dei feti al telefono cellulare.
Dott.ssa Desirè Roberto
Bibliografia
K. N. Peart, G. Gan, Xiao-Bing Gao. (2012). Cell phone use may cause behavioural disorders in offspring. Yale School of Medicine News.

Videogiochi si o no?

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I bambini trascorrono molte ore in casa, molte “relazioni” virtuali e poche reali. Lo schermo (televisione e/o videogiochi) diventa così il compagno di avventure immaginarie.

I videogiochi, oltre alla limitazione relazionale, quali altri “danni” potrebbero causare?

La ricerca ha esaminato l’esposizione ai videogiochi e alla televisione nei bambini e negli adolescenti, reputandoli come potenziali fattori di rischio per problemi successivi di attenzione. Un’ipotesi degli studiosi è che la maggior parte dei programmi televisivi sono così emozionanti, che i bambini che guardano spesso la televisione, hanno più difficoltà a prestare attenzione ai compiti meno interessanti come il lavoro scolastico. Un’altra ipotesi è che la maggior parte dei programmi televisivi e dei videogiochi, comportano rapidi cambiamenti della messa a fuoco. L’esposizione dei bambini a questi continui cambiamenti, potrebbe  danneggiare le abilità dei bambini per sostenere la messa a fuoco su mansioni che di per sé non attirano l’attenzione.

La televisione e i videogiochi sono stati associati all’insorgere di problemi dell’attenzione. Pochi studi hanno esaminato la possibilità di una simile associazione e, nessuno di questi ha utilizzato un disegno longitudinale. Riporto in seguito uno studio in cui un campione di 1323 bambini (età media 9.6), sono stati esposti alla televisione  e ai videogiochi per periodo pari a 13 settimane. Un altro campione di 210 partecipanti, composto da adulti o tardo adolescenti (età media 19.8), hanno partecipato riportando le ore trascorse nell’esposizione televisiva, ai videogiochi. Da questo studio risulta che entrambi i comportamenti, guardare la televisione e giocare con i videogiochi, sono associati con a problemi di attenzione

Dott.ssa Desirè Roberto 

                                                                                                                                                                                
Bibliografia

E. L. Swing, MS, D.A. Gentile, PhD, C. A. Anderson, PhD, D. A. Walsh. (2010). Television and Video Games Exposure and the Development of Attention Problems.  Official Journal of the American Academy of Pediatrics.

QUEL TREMENDO MAL DI TESTA

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Quante volte soffriamo di dolorose emicranee? Può essere un dolore lieve o grave e in alcuni casi può essere molto invalidante.  A cosa possiamo associare tale dolore?  Il mal di testa è un disturbo che appartiene alla società altamente civilizzata. I fattori scatenanti dell’emicrania sono tantissimi, si suppone che alla base dell’insorgere dell’attacco emicranico  vi è una “patologia dell’adattamento” ovvero, la difficoltà di adattamento agli stimoli provenienti dall’ambiente esterno o interno. Ogni condizione che impone un cambiamento e un adattamento, potrebbe essere  un possibile fattore scatenante per l’emicrania.
-Fattori endogeni: modificazioni ormonali, digiuno prolungato, eccessiva quantità o riduzione di sonno.
 -Fattori psicologici: stress, rilassamento dopo uno stress, emozioni represse.
-Fattori alimentari: cioccolato, alcool, insaccati, formaggi stagionati.
-Fattori ambientali: luci e rumori intensi, fumo, variazioni metereologiche, altitudine e viaggi lunghi.
Focalizziamo l’attenzione sui fattori psicologici, secondo una lettura psicosomatica, il disturbo deve essere analizzato secondo una visione olistica, considerando le componenti somatiche e psicologiche strettamente correlate. Secondo F.Alexander, padre della medicina psicosomatica,l’attacco emicranico, rappresenta uno stato di collera represso. Il mal di testa, può scaturire da un’eccessiva azione intellettiva o da grande tensione emotiva.Un’emozione, un atteggiamento emotivo represso, conflitti inconsci non risolti possono dar vita ad un attacco emicranico.  La “testa” è l’organo del pensiero, si suppone che la condensazione di tutti i conflitti, tutti i pensieri danno luogo ad “attacchi” di emicrania e cefalea.
                                                                                                                                                                                                                                                                             Desirè Roberto
Bibliografia
F. Agresta, Il linguaggio del corpo in psicoterapia. 2010 Alpes Italia.Roma

BAMBINI, SPETTATORI SILENZIOSI

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Grembiuli colorati, bambini emozionati e strepitanti, davanti alle porte di una scuola, sfoggiano le loro cartelle nuove. Bambini al parco, giocano a nascondino, si rincorrono, gridano, le loro risate riecheggiano nell’aria. Bambini che amano il pallone e le macchine, bambine che pettinano le loro bambole e giocano a fare le principesse. Bambini che ridono, bambini ingenui, bambini che nella loro semplicità sanno fare emozionare, bambini che soffrono ma che, come piccoli soldati, celano dietro a grembiulini stirati o giochi colorati il proprio dolore. Spettatori silenziosi di violenze domestiche. Non importa a quale forma di violenza assistano, quella fisica non è più minacciosa di quella verbale ma, piuttosto, la violenza è tanto più cruenta, terrificante, quanto più rappresenta una minaccia per chi la subisce: alzare eccessivamente il tono della voce o minacciare, soprattutto se attraverso l’uso di oggetti, può assumere per il bambino lo stesso significato di una scena fisica di violenza. Molto conta anche la reazione della vittima, questa rappresenta l’indicatore della pericolosità della situazione e l’attribuzione di significato.
Quali sono le conseguenze a lungo termine sulla personalità del bambino? Violenza può generare altra violenza?
Come tutti ben sanno i bambini apprendono per imitazione e questo modello di comportamento sarà sicuramente appreso dal bambino il quale, impara che per risolvere un problema è necessario un comportamento violento perché questo è l’unico metodo di “risoluzione” di conflitti che conosce.  In casa i bambini terrorizzati sono molto taciturni, cercano come possono di evitare qualsiasi comportamento che possa far arrabbiare i genitori o possa favorire una lite, sono pietrificati dal terrore della messa in atto di violenza ed evitano di piagnucolare o di mostrare il proprio dissenso. Il clima familiare in questi contesti è intriso di terrore, minacce, violenza, insulti, svalutazioni, rimproveri, umiliazioni, critiche e il bambino si sente ferito, triste e spesso si fa portavoce di un grande senso di colpa. Il bambino ritiene di essere il colpevole delle liti genitoriali, la sua sfera psichica e quella emotiva non sono ancora adeguatamente sviluppate soprattutto per quanto concerne la razionalità, il bambino non riesce a dare spiegazioni al comportamento genitoriale e l’unico nesso logico che motivi la violenza del genitore nei confronti dell’altro è pensare che sia stato lui a causarlo, di aver fatto o detto qualcosa che ha scatenato la lite e la furibonda violenza. Questo atteggiamento accomuna anche i bambini in sede di separazione, divorzio o in caso di lutto, il bambino pensa che la morte e l’abbandono da parte dei uno dei genitori sia a causa sua.  L’età evolutiva si caratterizza per una forte fragilità emotiva, vi sono emozioni o vissuti che vengono definiti “non digeribili” proprio perché vi è un’immaturità delle funzioni mentali. Quando i bambini sono spaventati, il mondo può sembrare enorme, minaccioso, pericoloso, un posto dove non si sentono sicuri e in cui non possono fidarsi degli altri. Assistere alla violenza di un genitore sull’altro crea confusione nel bambino, in quanto, sono proprio le figure che dovrebbero prendersi cura di lui, i propri i genitori da cui si aspetta protezione, accudimento, relazione di fiducia, a “rompere” questo legame. Si lede in questo modo il  legame di attaccamento tra bambino e genitori, relazione all’interno della quale il piccolo può  sentirsi protetto e sicuro, relazione fondamentale per lo sviluppo corretto del bambino. Il bambino necessita di punti cardini, essenziali per il proprio sviluppo che, in questo caso, vengono a sgretolarsi: vede le figure di attaccamento da un lato impotenti, disperate, terrorizzate (la madre) e dall’altro paurose, minacciose e pericolose (il padre).  Si creerà un modello relazionale distorto e patologico, a causa del forte e costante stress e dell’equilibrio psico-fisico materno precario che,  influenzerà i rapporti affettivi che l’adolescente, e l’adulto poi, instaureranno nel corso della vita. Il bambino maturerà portando con sé degli stereotipi di  genere che prevedono, la svalutazione della figura femminile e, un’alterata percezione dei ruoli e dell’identità di genere; attribuirà all’uomo connotati di forza, violenza, potere e alla donna: debolezza, inferiorità, sottomissione.
Spesso al bambino taciturno tra le mura domestiche si contrappone un bambino violento e aggressivo all’esterno, con gli amici o con i compagni di scuola. Lo stress accumulato tra le mura domestiche, la carica emotiva e la tensione crescenti trovano spazio all’esterno. Dopo aver vissuto tanta violenza assumono atteggiamento di difesa di pseudo potenza, appaiono “duri” e si comportano come tali, sono spesso bulli, si prendono gioco di altri e assumono un comportamento violento mettendo in atto un’inversione di ruoli, lui il carnefice non più la vittima. In altri casi invece il bambino mantiene il ruolo di vittima anche all’esterno, può avere atteggiamenti compiacenti e di sottomissione, bassa autostima,  distacco emotivo, disturbi
d’ansia, somatizzazioni che, faranno da filo conduttore in tutta la vita e potrebbero dare forma a  forti vissuti depressivi, difficoltà genitoriali, relazionali e possibili disturbi della personalità.
Figlio chi t’insegnerà le stelle
se da questa nave non potrai vederle…
-Roberto Vecchioni, Figlio-
 
 
 
Dott.ssa  Desirè Roberto

TECNICHE DI MANIPOLAZIONE PSICOLOGICA NELLA COPPIA

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Cosa avviene nella mente delle persone quando sono sottoposte a manipolazione?  Molti studiosi si sono cimentati in questo arduo lavoro, il primo, Albert Biderman nel  1957 ha analizzato le condotte utilizzate sui prigionieri americani nella guerra della Corea, tecniche utilizzate per l’adattamento e per ottenere informazioni. Biderman ha stilato una carta “la Biderman’s Chart” in cui analizza in otto punti il metodo utilizzato e gli effetti previsti, tale documento è ancora oggi un importante punto di riferimento per gli studiosi della manipolazione psicologica, sia in ambito familiare che relazionale, bellico e lavorativo. La manipolazione ha caratteristiche ben più distruttive di quella fisica in quanto, intacca le strutture di identità dell’individuo. Le reazioni della vittima alla tortura sono state  analizzate soprattutto in due ambiti: i conflitti bellici e la violenza domestica. In questo articolo, l’attenzione sarà focalizzata alla manipolazione in ambito domestico, le tecniche del lavaggio del cervello come strumento per mantenere un partner sotto il controllo dell’altro. La Russel sostiene che coloro che cercano di controllare i loro partner, attraverso la costrizione psicologica, mettono in moto meccanismi simili a quelli utilizzati dalle guardie carcerarie. Lo psicologo Leon Festinger individua tre componenti di controllo essenziali affinché si possa parlare di manipolazione mentale:
Il controllo del comportamento, si controlla ogni singolo comportamento della vittima: come si veste, come si comporta nelle mura domestiche e all’esterno. Ogni gesto o comportamento non ritenuto adeguato deve essere severamente punito, questo genera ansia e terrore, si genera una forte confusione e la vittima non sa come comportarsi per tale motivo all’esterno è molto inibita.
 – Il controllo dei pensieri, la vittima è portata ad essere influenzata sul piano dei pensieri, le sue idee vengono confuse al tal punto da arrivare a pensare come il manipolatore vuole o addirittura a difenderlo da eventuali “attacchi” dall’esterno.
Il controllo delle emozioni riguarda la sfera dei sentimenti. I sensi di colpa e la paura sono perni su cui ruota l’intera vita della vittima, il manipolatore utilizza tali strumenti per favorire un totale livello di dipendenza fisica e psicologica. La violenza a quel punto non viene più percepita perchè il soggetto debole crede di essere esso stesso in torto.
Ogni componente influenza profondamente le altre e modificandone una anche le altre tenderanno a cambiare.  La vittima tende a giustificare il suo carnefice e a mettere in dubbio se stessa. Si assiste ad una distorsione della realtà, è il caso di molte mogli che subiscono violenze e tendono sempre a giustificare i loro mariti e mandare avanti i matrimoni.
Cosa aiuta l’attuarsi del lavaggio del cervello?
1)L’isolamento: privazione del supporto familiare e sociale, di tempo per sé, per la propria crescita personale e per le attività di interesse.
2) Le false accuse: comunemente il partner rimprovera la vittima di essere responsabile degli attacchi violenti, responsabile della propria infelicità, responsabile di tutte le infelicità e i mali umori del partner.
3) Gli attacchi imprevedibili: generano una forte tensione e un clima di terrore, la vittima cerca di evitare ogni fonte di malcontento mostrandosi sempre assertiva e assecondando i bisogni per evitare e prevenire qualsiasi attacco. L’alternanza di periodi di quiete e di furia improvvisa generano instabilità,  secondo il partner la furia non è mai ingiustificata, ogni colpa viene fatta ricadere sulla donna che sostiene l’abbia generata.
4) Le umiliazioni: sono utilizzate per lo più per mantenere il controllo e la sottomissione della vittima;
5) Le minacce: riguardano solitamente l’incolumità della vittima e dei propri figli, tale minacce di abbandono, di sottrazione dei figli, di privazione economica e di morte, hanno lo scopo di mantenere ancorata a sé la vittima attraverso il terrore.
La donna solitamente si sente incapace di opporsi, appare passiva e questa è una forma di difesa usuale in contesti di squilibrio di forza. In alcuni casi la donna decide di reagire, prende coscienza  della propria sofferenza, realizza l’impossibilità di un cambiamento nel  rapporto con il partner violento e decide di porre un freno ad un rapporto di coppia senza controllo. Questo è il momento più delicato di una relazione di coppia violenta,  quando la donna  decide di separarsi, sperando così di porre un punto alla violenza. Quando il manipolatore avverte il tentativo di separazione della vittima incrementa i meccanismi di svalutazione, umiliazione e di violenza. In questo contesto la donna potrebbe ricercare degli aiuti, amici, familiari, associazioni, aiuto psicologico etc. Questo è un momento estremamente delicato, è estremamente importante che la vittima venga  supportata adeguatamente, venga aiutata e indirizzata. La vittima è estremamente vulnerabile e in profonda crisi con se stessa, oscilla tra la volontà di separazione dal partner e la speranza di cambiamento della della propria vita di coppia. Supportare la vittima significa aiutarla a prendere le redini della propria vita per orientare al meglio la propria corsa.
                                                                                                                                                                                                                Dott.ssa  Desirè Roberto
Bibliografia
Elvira Reale. Maltrattamento e violenza sulle donne, Vol.II. 2011. Franco Angeli. Milano

I. Nazara-Aga. La manipolazione affettiva.2008. Alberto Castelvecchi Editore. Roma

IL SESSO PUO’ DIVENTARE DIPENDENZA?

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Il sesso, come tutte le attività associate al piacere possono indurre dipendenza. La dipendenza sessuale, comprende condizioni psicopatologiche caratterizzate da pensieri e fantasie sessuali intrusive e perdita di controllo sui comportamenti sessuali. Il dipendente dal sesso non riesce a trarre piacere in modo naturale, come relazione intima e scambio di piacere, ma si relazione in modo ossessivo. Possono essere masturbazioni ossessive, rapporti sessuali con prostitute o persone anonime, fantasie sessuali ossessionanti, acquisto di materiale pornografico, utilizzo di servizi erotici via Internet o telefonici. Il concetto di sex addiction, in quanto tale, è stato coniato nel 1983 da Patrick Carnes, il quale descrive il soggetto dipendente dal sesso come: “colui che sostituisce una sana relazione con gli altri, con una relazione malata con un oggetto o un comportamento. La relazione, è un’esperienza in grado di modificargli l’umore e diventa centrale nella sua vita. I dipendenti si allontanano progressivamente dalla realtà, dai loro amici, della famiglia e dal lavoro. Nella misura in cui i dipendenti sessuali distorcono la realtà, la dipendenza sessuale diventa una forma di malattia”. Le caratteristiche principali delle dipendenze sessuali secondo Carnes sono: pattern comportamentali fuori controllo, gravi conseguenze dovute ai comportamenti sessuali, incapacità di smettere nonostante le gravi conseguenze, persistenti comportamenti autodistruttivi, desiderio e sforzo di controllare i comportamenti, ossessione sessuale e fantasie come prime strategie di adattamento, gravi cambiamenti dell’umore dovuti ad attività sessuale; eccessivo tempo speso alla ricerca di occasioni sessuali con trascuratezza nei confronti di attività sociali, lavorative, familiari. È sempre necessaria un’attenta diagnosi differenziale con patologie come le:
1)    le parafilie;
2)     i disturbi bipolari;
3)     il disturbo ossessivo-compulsivo
4)     diversi quadri organici (quadri sintomatologici parzialmente sovrapponibili a quello della dipendenza sessuale e possono essere confusi con esso).
o   Le parafilie rappresentano uno dei disturbi più frequentemente associati alla dipendenza sessuale, da cui si differenziano per l’assenza di elementi specifici quali la perdita di controllo e l’incapacità di ridurre il comportamento sessuale. In passato sono stata denominate “perversioni”, sono disturbi sessuali che determinano disagio, difficoltà interpersonali o compromissioni nell’area sociale e/o lavorativa. Criteri diagnostici del DSM-IV, periodo di almeno sei mesi caratterizzato da fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti eccitanti sessualmente e che riguardano:
1)    oggetti inanimati;
2)     la sofferenza o l’umiliazione di se stesso o del partner;
3)    bambini o altre persone non consenzienti.
Vi sono nove categorie:
–         Esibizionismo: il piacere derivato dall’esibire i propri genitali a persone estranee, solitamente non vi è l’intento di stabilire un vero contatto sessuale con l’osservatore.
–         Feticismo: eccitamento sessuale correlato a oggetti inanimati, indispensabili per l’attività sessuale (biancheria intima, guanti, calzature).
–         Frotteurismo: eccitazione nel toccare o nello strofinarsi contro una persona non consenziente, solitamente in ambienti affollati.
–         Pedofilia: il desiderio o la messa in atto di attività sessuale con una o più bambini prepuberi.
–         Masochismo sessuale: il piacere è connesso all’atto reale di essere umiliati, picchiati, legati o fatti soffrire, mediante rituali prestabiliti.
–         Sadismo sessuale: eccitamento sessuale derivante dalla sofferenza psicologica e fisica del partner attraverso azioni reali.
–         Feticismo di travestimento: presente solo nei maschi eterosessuali, connesso all’atto di indossare abiti del sesso opposto allo scopo di raggiungere l’eccitazione sessuale.
–         Voyerismo: consiste nell’osservare, senza essere visti persone nude o che si spogliano o che hanno rapporti sessuali.
–          Parafilia non altrimenti specificata: perversioni sessuali che non soddisfano i criteri diagnostici di nessuna delle precedenti categorie.
o   I disturbi bipolari possono essere caratterizzati da eccessi sessuali nel corso della fase maniacale o ipomaniacale, ma poiché la diagnosi di dipendenza sessuale non può essere posta qualora essa sia secondaria a queste patologie, bisogna accertare che i criteri diagnostici vengano soddisfatti anche in assenza di alterazioni primarie del tono dell’umore e dell’autostima.
o   Ossessioni e compulsioni a sfondo sessuale possono riscontrarsi nel corso di un disturbo ossessivo-compulsivo, tuttavia il loro contenuto non consiste tanto in fantasie sessuali quanto nel timore di cedere agli impulsi sessuali o di essere dei pervertiti: esse non sono quasi mai accompagnate da eccitazione sessuale e non procurano alcun tipo di piacere.
Oltre il 6% dei maschi italiani tra i 20 e i 45 anni manifesta sintomi di dipendenza sessuale. Oltre il 6% dei maschi italiani tra i 20 e i 45 anni manifesta sintomi di dipendenza sessuale. L’Istituto Italiano per lo Studio di Psicoterapie ha condotto un’indagine su un campione di 1300 uomini eterosessuali. È emerso un prototipo di soggetto tipico affetto da questo disturbo: uomo di circa 30 anni, con relazione sentimentale stabile o sposato, laureato e con reddito annuo medio. Oltre alla dipendenza sessuale si riscontrano una serie di disturbi della personalità: ansia, depressione latente, impulsività, aggressività e ossessività, più alte rispetto alla media della popolazione.
A livello fisico l’individuo può andare incontro a disfunzioni sessuali come: eiaculazione precoce o ritardata, anorgasmia, malattie veneree e infettive (AIDS), ulcera, pressione alta, vulnerabilità alle malattie, esaurimento fisico e problemi del sonno. A livello emotivo, il soggetto dipendente dal sesso, soffoca i propri sentimenti fino a diventare apatico e trascurato.  Per quanto concerne i processi mentali, sono danneggiate: la vigilanza, l’acuità mentale, la concentrazione, inoltre, l’intrusione di pensieri e fantasie a sfondo sessuale, può impedire alla persona di concentrarsi e lavorare. In alcuni casi si sono riscontrati pensieri di tipo paranoico con manie di persecuzione. Problemi sociali, familiari e lavorativi. La dipendenza, a causa delle conseguenze negative sugli affetti, causa gravi cambiamenti dell’umore: disperazione, vergogna, isolamento e svalutazione. Per quanto riguarda il trattamento, l’obiettivo della cura, è il ritorno ad una sessualità sana, attraverso la consapevolezza delle ragioni che hanno causato la dipendenza.
                                 Dott.ssa  Desiré Roberto

Bibliografia

1.        A.Goodman. (2005). La dipendenza sessuale. Un approccio integrato. Roma. Atrolabio.
2.        M.Balestrieri, C. Bellantuono, D. Berardi, M. Di Giannantonio, M. Rigatelli, A. Siracusano, R.A. Zoccali (2010). Manuale di Psichiatria. Roma. Il Pensiero Scientifico Editore.
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