QUEL TREMENDO MAL DI TESTA

images (17)

Quante volte soffriamo di dolorose emicranee? Può essere un dolore lieve o grave e in alcuni casi può essere molto invalidante.  A cosa possiamo associare tale dolore?  Il mal di testa è un disturbo che appartiene alla società altamente civilizzata. I fattori scatenanti dell’emicrania sono tantissimi, si suppone che alla base dell’insorgere dell’attacco emicranico  vi è una “patologia dell’adattamento” ovvero, la difficoltà di adattamento agli stimoli provenienti dall’ambiente esterno o interno. Ogni condizione che impone un cambiamento e un adattamento, potrebbe essere  un possibile fattore scatenante per l’emicrania.
-Fattori endogeni: modificazioni ormonali, digiuno prolungato, eccessiva quantità o riduzione di sonno.
 -Fattori psicologici: stress, rilassamento dopo uno stress, emozioni represse.
-Fattori alimentari: cioccolato, alcool, insaccati, formaggi stagionati.
-Fattori ambientali: luci e rumori intensi, fumo, variazioni metereologiche, altitudine e viaggi lunghi.
Focalizziamo l’attenzione sui fattori psicologici, secondo una lettura psicosomatica, il disturbo deve essere analizzato secondo una visione olistica, considerando le componenti somatiche e psicologiche strettamente correlate. Secondo F.Alexander, padre della medicina psicosomatica,l’attacco emicranico, rappresenta uno stato di collera represso. Il mal di testa, può scaturire da un’eccessiva azione intellettiva o da grande tensione emotiva.Un’emozione, un atteggiamento emotivo represso, conflitti inconsci non risolti possono dar vita ad un attacco emicranico.  La “testa” è l’organo del pensiero, si suppone che la condensazione di tutti i conflitti, tutti i pensieri danno luogo ad “attacchi” di emicrania e cefalea.
                                                                                                                                                                                                                                                                             Desirè Roberto
Bibliografia
F. Agresta, Il linguaggio del corpo in psicoterapia. 2010 Alpes Italia.Roma

BAMBINI, SPETTATORI SILENZIOSI

imagesee
Grembiuli colorati, bambini emozionati e strepitanti, davanti alle porte di una scuola, sfoggiano le loro cartelle nuove. Bambini al parco, giocano a nascondino, si rincorrono, gridano, le loro risate riecheggiano nell’aria. Bambini che amano il pallone e le macchine, bambine che pettinano le loro bambole e giocano a fare le principesse. Bambini che ridono, bambini ingenui, bambini che nella loro semplicità sanno fare emozionare, bambini che soffrono ma che, come piccoli soldati, celano dietro a grembiulini stirati o giochi colorati il proprio dolore. Spettatori silenziosi di violenze domestiche. Non importa a quale forma di violenza assistano, quella fisica non è più minacciosa di quella verbale ma, piuttosto, la violenza è tanto più cruenta, terrificante, quanto più rappresenta una minaccia per chi la subisce: alzare eccessivamente il tono della voce o minacciare, soprattutto se attraverso l’uso di oggetti, può assumere per il bambino lo stesso significato di una scena fisica di violenza. Molto conta anche la reazione della vittima, questa rappresenta l’indicatore della pericolosità della situazione e l’attribuzione di significato.
Quali sono le conseguenze a lungo termine sulla personalità del bambino? Violenza può generare altra violenza?
Come tutti ben sanno i bambini apprendono per imitazione e questo modello di comportamento sarà sicuramente appreso dal bambino il quale, impara che per risolvere un problema è necessario un comportamento violento perché questo è l’unico metodo di “risoluzione” di conflitti che conosce.  In casa i bambini terrorizzati sono molto taciturni, cercano come possono di evitare qualsiasi comportamento che possa far arrabbiare i genitori o possa favorire una lite, sono pietrificati dal terrore della messa in atto di violenza ed evitano di piagnucolare o di mostrare il proprio dissenso. Il clima familiare in questi contesti è intriso di terrore, minacce, violenza, insulti, svalutazioni, rimproveri, umiliazioni, critiche e il bambino si sente ferito, triste e spesso si fa portavoce di un grande senso di colpa. Il bambino ritiene di essere il colpevole delle liti genitoriali, la sua sfera psichica e quella emotiva non sono ancora adeguatamente sviluppate soprattutto per quanto concerne la razionalità, il bambino non riesce a dare spiegazioni al comportamento genitoriale e l’unico nesso logico che motivi la violenza del genitore nei confronti dell’altro è pensare che sia stato lui a causarlo, di aver fatto o detto qualcosa che ha scatenato la lite e la furibonda violenza. Questo atteggiamento accomuna anche i bambini in sede di separazione, divorzio o in caso di lutto, il bambino pensa che la morte e l’abbandono da parte dei uno dei genitori sia a causa sua.  L’età evolutiva si caratterizza per una forte fragilità emotiva, vi sono emozioni o vissuti che vengono definiti “non digeribili” proprio perché vi è un’immaturità delle funzioni mentali. Quando i bambini sono spaventati, il mondo può sembrare enorme, minaccioso, pericoloso, un posto dove non si sentono sicuri e in cui non possono fidarsi degli altri. Assistere alla violenza di un genitore sull’altro crea confusione nel bambino, in quanto, sono proprio le figure che dovrebbero prendersi cura di lui, i propri i genitori da cui si aspetta protezione, accudimento, relazione di fiducia, a “rompere” questo legame. Si lede in questo modo il  legame di attaccamento tra bambino e genitori, relazione all’interno della quale il piccolo può  sentirsi protetto e sicuro, relazione fondamentale per lo sviluppo corretto del bambino. Il bambino necessita di punti cardini, essenziali per il proprio sviluppo che, in questo caso, vengono a sgretolarsi: vede le figure di attaccamento da un lato impotenti, disperate, terrorizzate (la madre) e dall’altro paurose, minacciose e pericolose (il padre).  Si creerà un modello relazionale distorto e patologico, a causa del forte e costante stress e dell’equilibrio psico-fisico materno precario che,  influenzerà i rapporti affettivi che l’adolescente, e l’adulto poi, instaureranno nel corso della vita. Il bambino maturerà portando con sé degli stereotipi di  genere che prevedono, la svalutazione della figura femminile e, un’alterata percezione dei ruoli e dell’identità di genere; attribuirà all’uomo connotati di forza, violenza, potere e alla donna: debolezza, inferiorità, sottomissione.
Spesso al bambino taciturno tra le mura domestiche si contrappone un bambino violento e aggressivo all’esterno, con gli amici o con i compagni di scuola. Lo stress accumulato tra le mura domestiche, la carica emotiva e la tensione crescenti trovano spazio all’esterno. Dopo aver vissuto tanta violenza assumono atteggiamento di difesa di pseudo potenza, appaiono “duri” e si comportano come tali, sono spesso bulli, si prendono gioco di altri e assumono un comportamento violento mettendo in atto un’inversione di ruoli, lui il carnefice non più la vittima. In altri casi invece il bambino mantiene il ruolo di vittima anche all’esterno, può avere atteggiamenti compiacenti e di sottomissione, bassa autostima,  distacco emotivo, disturbi
d’ansia, somatizzazioni che, faranno da filo conduttore in tutta la vita e potrebbero dare forma a  forti vissuti depressivi, difficoltà genitoriali, relazionali e possibili disturbi della personalità.
Figlio chi t’insegnerà le stelle
se da questa nave non potrai vederle…
-Roberto Vecchioni, Figlio-
 
 
 
Dott.ssa  Desirè Roberto

TECNICHE DI MANIPOLAZIONE PSICOLOGICA NELLA COPPIA

images (4)
Cosa avviene nella mente delle persone quando sono sottoposte a manipolazione?  Molti studiosi si sono cimentati in questo arduo lavoro, il primo, Albert Biderman nel  1957 ha analizzato le condotte utilizzate sui prigionieri americani nella guerra della Corea, tecniche utilizzate per l’adattamento e per ottenere informazioni. Biderman ha stilato una carta “la Biderman’s Chart” in cui analizza in otto punti il metodo utilizzato e gli effetti previsti, tale documento è ancora oggi un importante punto di riferimento per gli studiosi della manipolazione psicologica, sia in ambito familiare che relazionale, bellico e lavorativo. La manipolazione ha caratteristiche ben più distruttive di quella fisica in quanto, intacca le strutture di identità dell’individuo. Le reazioni della vittima alla tortura sono state  analizzate soprattutto in due ambiti: i conflitti bellici e la violenza domestica. In questo articolo, l’attenzione sarà focalizzata alla manipolazione in ambito domestico, le tecniche del lavaggio del cervello come strumento per mantenere un partner sotto il controllo dell’altro. La Russel sostiene che coloro che cercano di controllare i loro partner, attraverso la costrizione psicologica, mettono in moto meccanismi simili a quelli utilizzati dalle guardie carcerarie. Lo psicologo Leon Festinger individua tre componenti di controllo essenziali affinché si possa parlare di manipolazione mentale:
Il controllo del comportamento, si controlla ogni singolo comportamento della vittima: come si veste, come si comporta nelle mura domestiche e all’esterno. Ogni gesto o comportamento non ritenuto adeguato deve essere severamente punito, questo genera ansia e terrore, si genera una forte confusione e la vittima non sa come comportarsi per tale motivo all’esterno è molto inibita.
 – Il controllo dei pensieri, la vittima è portata ad essere influenzata sul piano dei pensieri, le sue idee vengono confuse al tal punto da arrivare a pensare come il manipolatore vuole o addirittura a difenderlo da eventuali “attacchi” dall’esterno.
Il controllo delle emozioni riguarda la sfera dei sentimenti. I sensi di colpa e la paura sono perni su cui ruota l’intera vita della vittima, il manipolatore utilizza tali strumenti per favorire un totale livello di dipendenza fisica e psicologica. La violenza a quel punto non viene più percepita perchè il soggetto debole crede di essere esso stesso in torto.
Ogni componente influenza profondamente le altre e modificandone una anche le altre tenderanno a cambiare.  La vittima tende a giustificare il suo carnefice e a mettere in dubbio se stessa. Si assiste ad una distorsione della realtà, è il caso di molte mogli che subiscono violenze e tendono sempre a giustificare i loro mariti e mandare avanti i matrimoni.
Cosa aiuta l’attuarsi del lavaggio del cervello?
1)L’isolamento: privazione del supporto familiare e sociale, di tempo per sé, per la propria crescita personale e per le attività di interesse.
2) Le false accuse: comunemente il partner rimprovera la vittima di essere responsabile degli attacchi violenti, responsabile della propria infelicità, responsabile di tutte le infelicità e i mali umori del partner.
3) Gli attacchi imprevedibili: generano una forte tensione e un clima di terrore, la vittima cerca di evitare ogni fonte di malcontento mostrandosi sempre assertiva e assecondando i bisogni per evitare e prevenire qualsiasi attacco. L’alternanza di periodi di quiete e di furia improvvisa generano instabilità,  secondo il partner la furia non è mai ingiustificata, ogni colpa viene fatta ricadere sulla donna che sostiene l’abbia generata.
4) Le umiliazioni: sono utilizzate per lo più per mantenere il controllo e la sottomissione della vittima;
5) Le minacce: riguardano solitamente l’incolumità della vittima e dei propri figli, tale minacce di abbandono, di sottrazione dei figli, di privazione economica e di morte, hanno lo scopo di mantenere ancorata a sé la vittima attraverso il terrore.
La donna solitamente si sente incapace di opporsi, appare passiva e questa è una forma di difesa usuale in contesti di squilibrio di forza. In alcuni casi la donna decide di reagire, prende coscienza  della propria sofferenza, realizza l’impossibilità di un cambiamento nel  rapporto con il partner violento e decide di porre un freno ad un rapporto di coppia senza controllo. Questo è il momento più delicato di una relazione di coppia violenta,  quando la donna  decide di separarsi, sperando così di porre un punto alla violenza. Quando il manipolatore avverte il tentativo di separazione della vittima incrementa i meccanismi di svalutazione, umiliazione e di violenza. In questo contesto la donna potrebbe ricercare degli aiuti, amici, familiari, associazioni, aiuto psicologico etc. Questo è un momento estremamente delicato, è estremamente importante che la vittima venga  supportata adeguatamente, venga aiutata e indirizzata. La vittima è estremamente vulnerabile e in profonda crisi con se stessa, oscilla tra la volontà di separazione dal partner e la speranza di cambiamento della della propria vita di coppia. Supportare la vittima significa aiutarla a prendere le redini della propria vita per orientare al meglio la propria corsa.
                                                                                                                                                                                                                Dott.ssa  Desirè Roberto
Bibliografia
Elvira Reale. Maltrattamento e violenza sulle donne, Vol.II. 2011. Franco Angeli. Milano

I. Nazara-Aga. La manipolazione affettiva.2008. Alberto Castelvecchi Editore. Roma

IL SESSO PUO’ DIVENTARE DIPENDENZA?

20130214-villaggio
Il sesso, come tutte le attività associate al piacere possono indurre dipendenza. La dipendenza sessuale, comprende condizioni psicopatologiche caratterizzate da pensieri e fantasie sessuali intrusive e perdita di controllo sui comportamenti sessuali. Il dipendente dal sesso non riesce a trarre piacere in modo naturale, come relazione intima e scambio di piacere, ma si relazione in modo ossessivo. Possono essere masturbazioni ossessive, rapporti sessuali con prostitute o persone anonime, fantasie sessuali ossessionanti, acquisto di materiale pornografico, utilizzo di servizi erotici via Internet o telefonici. Il concetto di sex addiction, in quanto tale, è stato coniato nel 1983 da Patrick Carnes, il quale descrive il soggetto dipendente dal sesso come: “colui che sostituisce una sana relazione con gli altri, con una relazione malata con un oggetto o un comportamento. La relazione, è un’esperienza in grado di modificargli l’umore e diventa centrale nella sua vita. I dipendenti si allontanano progressivamente dalla realtà, dai loro amici, della famiglia e dal lavoro. Nella misura in cui i dipendenti sessuali distorcono la realtà, la dipendenza sessuale diventa una forma di malattia”. Le caratteristiche principali delle dipendenze sessuali secondo Carnes sono: pattern comportamentali fuori controllo, gravi conseguenze dovute ai comportamenti sessuali, incapacità di smettere nonostante le gravi conseguenze, persistenti comportamenti autodistruttivi, desiderio e sforzo di controllare i comportamenti, ossessione sessuale e fantasie come prime strategie di adattamento, gravi cambiamenti dell’umore dovuti ad attività sessuale; eccessivo tempo speso alla ricerca di occasioni sessuali con trascuratezza nei confronti di attività sociali, lavorative, familiari. È sempre necessaria un’attenta diagnosi differenziale con patologie come le:
1)    le parafilie;
2)     i disturbi bipolari;
3)     il disturbo ossessivo-compulsivo
4)     diversi quadri organici (quadri sintomatologici parzialmente sovrapponibili a quello della dipendenza sessuale e possono essere confusi con esso).
o   Le parafilie rappresentano uno dei disturbi più frequentemente associati alla dipendenza sessuale, da cui si differenziano per l’assenza di elementi specifici quali la perdita di controllo e l’incapacità di ridurre il comportamento sessuale. In passato sono stata denominate “perversioni”, sono disturbi sessuali che determinano disagio, difficoltà interpersonali o compromissioni nell’area sociale e/o lavorativa. Criteri diagnostici del DSM-IV, periodo di almeno sei mesi caratterizzato da fantasie, impulsi sessuali o comportamenti ricorrenti eccitanti sessualmente e che riguardano:
1)    oggetti inanimati;
2)     la sofferenza o l’umiliazione di se stesso o del partner;
3)    bambini o altre persone non consenzienti.
Vi sono nove categorie:
–         Esibizionismo: il piacere derivato dall’esibire i propri genitali a persone estranee, solitamente non vi è l’intento di stabilire un vero contatto sessuale con l’osservatore.
–         Feticismo: eccitamento sessuale correlato a oggetti inanimati, indispensabili per l’attività sessuale (biancheria intima, guanti, calzature).
–         Frotteurismo: eccitazione nel toccare o nello strofinarsi contro una persona non consenziente, solitamente in ambienti affollati.
–         Pedofilia: il desiderio o la messa in atto di attività sessuale con una o più bambini prepuberi.
–         Masochismo sessuale: il piacere è connesso all’atto reale di essere umiliati, picchiati, legati o fatti soffrire, mediante rituali prestabiliti.
–         Sadismo sessuale: eccitamento sessuale derivante dalla sofferenza psicologica e fisica del partner attraverso azioni reali.
–         Feticismo di travestimento: presente solo nei maschi eterosessuali, connesso all’atto di indossare abiti del sesso opposto allo scopo di raggiungere l’eccitazione sessuale.
–         Voyerismo: consiste nell’osservare, senza essere visti persone nude o che si spogliano o che hanno rapporti sessuali.
–          Parafilia non altrimenti specificata: perversioni sessuali che non soddisfano i criteri diagnostici di nessuna delle precedenti categorie.
o   I disturbi bipolari possono essere caratterizzati da eccessi sessuali nel corso della fase maniacale o ipomaniacale, ma poiché la diagnosi di dipendenza sessuale non può essere posta qualora essa sia secondaria a queste patologie, bisogna accertare che i criteri diagnostici vengano soddisfatti anche in assenza di alterazioni primarie del tono dell’umore e dell’autostima.
o   Ossessioni e compulsioni a sfondo sessuale possono riscontrarsi nel corso di un disturbo ossessivo-compulsivo, tuttavia il loro contenuto non consiste tanto in fantasie sessuali quanto nel timore di cedere agli impulsi sessuali o di essere dei pervertiti: esse non sono quasi mai accompagnate da eccitazione sessuale e non procurano alcun tipo di piacere.
Oltre il 6% dei maschi italiani tra i 20 e i 45 anni manifesta sintomi di dipendenza sessuale. Oltre il 6% dei maschi italiani tra i 20 e i 45 anni manifesta sintomi di dipendenza sessuale. L’Istituto Italiano per lo Studio di Psicoterapie ha condotto un’indagine su un campione di 1300 uomini eterosessuali. È emerso un prototipo di soggetto tipico affetto da questo disturbo: uomo di circa 30 anni, con relazione sentimentale stabile o sposato, laureato e con reddito annuo medio. Oltre alla dipendenza sessuale si riscontrano una serie di disturbi della personalità: ansia, depressione latente, impulsività, aggressività e ossessività, più alte rispetto alla media della popolazione.
A livello fisico l’individuo può andare incontro a disfunzioni sessuali come: eiaculazione precoce o ritardata, anorgasmia, malattie veneree e infettive (AIDS), ulcera, pressione alta, vulnerabilità alle malattie, esaurimento fisico e problemi del sonno. A livello emotivo, il soggetto dipendente dal sesso, soffoca i propri sentimenti fino a diventare apatico e trascurato.  Per quanto concerne i processi mentali, sono danneggiate: la vigilanza, l’acuità mentale, la concentrazione, inoltre, l’intrusione di pensieri e fantasie a sfondo sessuale, può impedire alla persona di concentrarsi e lavorare. In alcuni casi si sono riscontrati pensieri di tipo paranoico con manie di persecuzione. Problemi sociali, familiari e lavorativi. La dipendenza, a causa delle conseguenze negative sugli affetti, causa gravi cambiamenti dell’umore: disperazione, vergogna, isolamento e svalutazione. Per quanto riguarda il trattamento, l’obiettivo della cura, è il ritorno ad una sessualità sana, attraverso la consapevolezza delle ragioni che hanno causato la dipendenza.
                                 Dott.ssa  Desiré Roberto

Bibliografia

1.        A.Goodman. (2005). La dipendenza sessuale. Un approccio integrato. Roma. Atrolabio.
2.        M.Balestrieri, C. Bellantuono, D. Berardi, M. Di Giannantonio, M. Rigatelli, A. Siracusano, R.A. Zoccali (2010). Manuale di Psichiatria. Roma. Il Pensiero Scientifico Editore.

INNAMORARSI DEL PROPRIO CARNEFICE? E’ POSSIBILE!

prigioniera
Era il 1973 quando a Stoccolma, presso la Kreditbanken fecero irruzione dei rapinatori i quali, tennero i dipendenti in ostaggio per sei giorni.  Dopo la liberazione, le vittime chiesero alle autorità clemenza per i propri rapinatori, mostrando di essere emotivamente legati agli stessi. Durante il periodo di incarcerazione, gli ostaggi mantennero dei contatti con loro andando frequentemente a trovarli, addirittura una ragazzi si fidanzò con un rapinatore. Come è possibile spiegare questo fenomeno? Il criminologo che si occupò di questo caso, Nils Bejerot per definirlo, coniò  il termine “Sindrome di Stoccolma”. Quando vi è un elevato stress relativo ad una minaccia per la propria incolumità e per la propria vita, si crea una situazione di intensa paura, negazione della rabbia e dipendenza, tale dipendenza è un meccanismo di difesa, è una strategia di sopravvivenza in situazioni in cui non vi è possibilità di fuga. La vittima idealizza il proprio rapinatore, non ammette intrusioni esterne (es. polizia/ autorità giudiziaria), nutre sentimenti positivi nei suoi confronti fino ad un vero innamoramento. La sintomatologia della Sindrome di Stoccolma può essere riportata alle mura domestiche con gli stessi meccanismi e stessa sintomatologia. La Sindrome di Stoccolma nelle donne maltrattate, è una “strategia” per fronteggiare emotivamente il forte stress e le continue violenze. Lenore Wolker  la definisce come Sindrome della Donna Maltrattatachiarendo che, quando le donne non riescono a fuggire da una situazione di violenza, diventano paurose, passive, depresse, remissive e psicologicamente paralizzate questo, rende la donna incapace di difendere se stessa e i figli. Nella fase del ciclo della violenza, della “luna di miele” (Vedi articolo UOMINI VIOLENTI: UNA MEDAGLIA A DUE FACCE), si ha un incremento dell’illusione che il carnefice possa cambiare e che si possa porre fine alla violenza. L’abusante nel contempo, attraverso la manipolazione psicologica e la violenza, crea un ambiente tale per poter controllare fisicamente ed emotivamente la sua vittima isolandola dal lavoro, dalla famiglia e dalle relazioni sociali. L’isolamento favorisce una forte labilità emotiva e la dipendenza dal proprio con il carnefice, la vittima pensa che la propria vita dipende esclusivamente da lui e l’unico modo per sopravvivere è essergli fedele. Quando si ha paura, l’impulso naturale è quello di cercare conforto e rassicurazione da chi ci è vicino, in questo caso, l’unica persona vicina alla vittima è lo stesso carnefice che viene umanizzato e reso positivo, oggetto di cure e di compassione. Nei contesti legali è stata associata la Sindrome della donna maltrattata al Disturbo Post-Traumatico da Stress in quanto, l’esposizione alla manipolazione psicologica continua e alla violenza, comporta gravi traumi psicologici. Alla Sindrome della donna maltrattata si affianca laSindrome dell’uomo maltrattato in quanto, anche gli uomini possono essere vittime di abusi anche se in questo caso sono per lo più di natura psicologica e non fisica. Le donne sono vittime di soprusi e omicidi da parte del loro partner, otto volte più degli uomini. Quando la pressione psicologica è elevata, quando si è soli e ci si sente indifesi, quando lo stress è tanto e sembra che non vi siano vie d’uscita, la nostra mente cerca di tutelarci mettendo in atto dei meccanismi inconsci che possono sembrare paradossali. E’ difficile riconoscere situazioni di violenza in questi contesti ed è difficile avvicinare la vittima.
Dott.ssa Desirè Roberto
Bibliografia
B.C. Gargiullo, R. Damiani. Vittime di un amore criminale. 2010. Franco Angeli. Milano
E. Reale. Maltrattamento e violenza sulle donne vol. II.  2011. Franco Angeli. Milano

VIOLENZA SILENZIOSA

QUANDO LO STALKER E’ DONNA

download (2)

                                                                                     “L’inizio di un amore è spesso simultaneo. Non così la fine, da ciò nascono le tragedie.” A. Morandotti

Un gesto d’amore può diventare persecuzione, una relazione essere un’ossessione.
Come può un amore diventare ossessione?
Non è facile dire addio ad una relazione, anche se è un amore finito, anche se è un rapporto deleterio, malato, fatto di umiliazioni o anche di violenze. La paura di perdere la persona al proprio fianco, la paura di restare soli, di non essere capaci di vivere senza il partner, fa sì che si giustifichi tutto, si accetti tutto purché la persona con cui si ha una relazione rimanga al proprio fianco. Una vera dipendenza affettiva che, si manifesta con pensieri ossessivi rivolti alla persona amata, la relazione con il partner viene vissuta con profonda ansia e continua preoccupazione di perderlo. Quando avviene la rottura, la separazione, si innesca una vera e propria ossessione, la persona non riesce ad accettare che ciò possa avvenire, vive ripercorrendo i ricordi che lo legano al partner, vive nell’illusione della riconquista o con il desiderio dell’annientamento dell’altro, come se quest’ultimo dovesse “pagare” il dolore inflitto. Un disperato tentativo di imporre una relazione al ex partner tramite: invio di lettere, regali, telefonate, mail, con una costante violazione dell’intimità dell’altro. Dietro a questi comportamenti del tutto innocui, si potrebbe nascondere una violenza psicologica. La persecuzione reiterata e i comportamenti correlati definiscono una persona “stalker”, tale termine Stalking rimanda al termine anglosassone  “fare la posta” o “braccare”, si caratterizza per la presenza di telefonate ricorrenti, minacce, svalutazione, ricatto,  provocazione, offesa, isolamento e persecuzione. Lo stalking è un fenomeno traversale, lo stalker non  ha un prototipo predefinito ma, può essere di vario genere (maschile-femminile), di qualsiasi etnia, cultura, età e posizione socio-culturale. Si è soliti prefigurarci la figura dello stalker con un prototipo maschile e molte sono i riscontri dei media che, costantemente mettono in evidenza denunce fatte da donne perchè perseguitate da stalker uomini. Si parla poco di stalker femminile ma è un fenomeno altrettanto diffuso, quanto quella maschile. Le leggi sono state improntate per lo più sulla tutela della donna e la vittima viene sempre identificata con la figura femminile. La donna, nell’immaginario comune è colei che fornisce accudimento, cura e protezione ed è difficile associarle un ruolo violento o persecutorio. La realtà però ci mostra come la donna non è esente da questi comportamenti, lo scopo principale è la riconquista dell’uomo amato per l’incapacità di restare sola, accompagnato da un senso di abbandono e di rifiuto. Lo stalking femminile non diventa mai, (o quasi mai), una vera violenza fisica, come potrebbe accadere nello stalking maschile (chiamato stalking diretto) ma, si ritiene che, le donne siano più capaci, attraverso meccanismi subdoli a rendere la vita dell’uomo impossibile, senza arrivare mai ad una violenza fisica (stalkingindiretto).  La stalker agisce “a distanza”, diffamando l’uomo, creando situazioni di disagio giornaliere o sul luogo di lavoro, facendo telefonate inopportune e continue anche ad orari poco consoni (di notte o sul posto di lavoro). Dietro alla parola Stalking, dietro agli atti persecutori e alle diffamazioni si nasconde una grande sofferenza, si nasconde una persona con una propria storia, una propria emotività. L’agire un vissuto doloroso è come cercare di cauterizzare una ferita dolorosa che, non si sa come sanare. Vittima e carnefice accumunati entrambi da un medesimo vissuto di dolore, entrambi bisognosi di aiuto. È possibile uscire dalla relazione dolorosa, è possibile imparare a stare bene con se stessi, è possibile non avere bisogno dell’altro.
                                                                                                                                                         Dott.ssa  Desiré Roberto


Bibliografia 
W.R.Cupach, B.H. Spitzberg. 2011. Attrazione, ossessione e stalking. Casa Editrice Estrolabio. Roma.

UOMINI VIOLENTI: UNA MEDAGLIA A DUE FACCE

Image
“Non capivo chi era l’uomo al mio fianco, l’ho conosciuto come un ragazzo adorabile, quello di cui mi sono innamorata, quello con cui ho desiderato profondamente  condividere la mia vita. Dopo il matrimonio qualcosa è cambiato, tra noi una fitta nube è calata, una nube nera, nera come i miei occhi dopo le ore di pianto, nera come i giorni in cui la sua rabbia era indomabile, nera la sua violenza. Un uomo dai mille volti, dalle doppie facciate, un uomo capace di confondere, di cambiare il nero con il bianco, bianca  l’innocenza che mostrava davanti agli altri, un dolce e candido bambino quando giocava con i suoi figli, bianco il fascino con cui ammaliava tutti quelli che lo circondavano. Non capivo se il problema fosse il mio o il suo.”  Valentina, 35 anni, due figli.

Valentina racconta di sé e del proprio matrimonio, una donna che ha deciso di alzare una barriera e dire basta a quello che ha vissuto tra le mura domestiche. Valentina ci mostra un chiaro identikit del proprio aggressore, lo definisce un uomo dai mille volti, un uomo che confonde e affascina, un uomo violento e docile (bianco e nero). Il profilo datoci da questa donna è abbastanza usuale, l’atteggiamento incongruente di questi uomini confonde sia le compagne, sia le persone estranee alla coppia. Nell’ambiente sociale, solitamente appare come una persona tranquilla, allegra, sottomessa e questo contrasta fortemente con l’immagine violenta che mostra a casa. Non esiste un profilo chiaro e lineare  degli uomini che aggrediscono le proprie mogli ma, possiamo sommariamente raccogliere i dati statistici e le caratteristiche che più frequentemente accomunano questi uomini. Questo articolo è stato intitolato “una medaglia a due facce” in quanto, ambiguo e doppio è qualsiasi comportamento dell’uomo violento. Un comportamento violento non può essere definito unicamente dalla specificità della sua natura, la violenza può avere numerose sfaccettature e molte di esse possono coesistere insieme: violenza psicologica, economica, fisica, sessuale. La violenza psicologica accompagna e anticipa le altre forme di violenza, è l’antecedente, è subdola, mira a ledere la dignità della vittima, si insinua lentamente, con umiliazioni, offese, svalutazioni, denigrazioni, insulti, ricatti, privazione della libertà, manipolazioni, trascuratezza fisica ed affettiva, noncuranza e l’esclusione dalle decisioni importanti della famiglia. Questi comportamenti perpetrati a lungo a ledono l’autostima della vittima, creano dei veri disagi psichici, disorientamento, senso di vuoto, senso di inutilità, svalutazione, senso di colpa.

È stato riscontrato di frequente, sia nella pratica clinica che nella letteratura che, gli uomini che utilizzano la violenza, hanno una bassa autostima la quale, è possibile riscontrarla all’esterno dalle mura domestiche. Questi uomini appaiono tranquilli, sereni, evitano gli scontri aggressivi con gli altri sia, a livello verbale che a livello fisico, non si espongono quasi mai, difficilmente esprimono le proprie opinioni o desideri. La bassa autostima correlata all’insicurezza e alladipendenza, può essere dissimulata attraverso le manifestazioni di gelosia, di ipercontrollo verso donna (dove va, con chi è, con chi parla, come si veste ect.)  L’uomo non si è differenziato dalla donna, anzi, la vive come un’estensione di sé, ed è ossessionato dalla paura di essere lasciato solo. Quanto  più la donna cercherà di creare una propria indipendenza, tanto più l’uomo cercherà di destabilizzarla e di recuperare la sua posizione di dominio rispetto alla stessa. La violenza si esplica come un correlato dell’insicurezza quando, nelle situazioni conflittuali nelle quali, sentono di non avere controllo o hanno paura di perderlo, fanno uso della forza per imporlo a sé e alla moglie.  Il controllo e la manipolazione fanno da filo conduttore in queste coppie, oltre agli atteggiamenti di gelosia e di possesso, gelosie che si estendono da quella del partner come oggetto sessuato e, quindi come possibile fonte di attenzioni esterne, a quelle di ruolo, inteso come successo professionale-individuale. L’uomo in  questo caso, mostra un forte atteggiamento di squalifica con l’intento di far credere alla moglie di non poter vivere senza di lui (proiezione della dipendenza affettiva sul partner). T. Bruno definisce questa situazione come “tenere in pugno” qualcuno usando il terrore, la paura, l’intimidazione, l’isolamento e inducendo la vittima ad una destabilizzazione. Le convinzioni della vittima entrano in crisi giungendo ad una vera e propria distorsione delle proprie credenze.


Spesso il violento-manipolatore fa ricorso a:

-intimidazioni e minacce: strategie per creare un clima di terrorepossono riguardare la sottrazione dei figli, la gestione economica, l’incolumità personale.

-critiche avvilenti: atteggiamenti sarcastici e parole offensive.

-umiliazioni: spesso di natura sessuale

-svalorizzazione di ogni attività e di caratteristiche personali della donna.

-isolamento dalle amicizie e dal contesto sociale

In molti casi di violenza, vi è alla base, un’inabilità di controllo da parte del violento, il quale, non riesce ad affrontare una situazione di tensione nella coppia o di stress con i consueti meccanismi di adattamento e sviluppa una crisi. L’uomo si sente sopraffatto da numerose sensazioni quali: la vergogna, l’impotenza, la frustrazione, l’angoscia; le associa a connotati di “debolezza” perché non le considera mascoline e  questo genera una sorta di perdita del controllo di sé. Tale perdita di controllo  emozionale, sembra “giustificare” la perdita di controllo comportamentale e la messa in atto di aggressività incontrollata. Risulta difficile differenziare l’irritazione o la rabbia in quanto, vengono vissute allo stesso modo e agite in egual misura, attraverso comportamenti violenti. La violenza diventa in questo modo lo strumento per superare i conflitti e avere il controllo ma, i problemi si acuiscono in quanto, non si riesce a mediare il conflitto ed inoltre, aumenta l’incomunicabilità creando una coazione a ripetere, dalla violenza si genera altra violenza.

Leonor Walker, tra  i primi specialisti a parlare di violenza coniugale, definisce la “violenza ciclica”, identificando quattro fasi della violenza e in ciascuna fase il rischio per la vittima aumenta.

1) Crescita della tensione: il partner tende ad infastidirsi facilmente nei confronti della compagna, vi è un crescere della tensione definita dall’uomo, come legata a problematiche nel quotidiano (lavoro, problemi economici etc.). La forte irritazione trapela dagli scatti di rabbia, dai silenzi ostili, dalle occhiate di rimprovero, dalle frequenti critiche. La donna, al fine di sedare questi comportamenti, assume un comportamento sottomesso e accondiscendente.

2) Esplosione della violenza o fase di “attacco”: l’uomo passa dall’accumulo di tensione alla violenza reale, è probabile che inizialmente riversi la sua rabbia sugli oggetti, iniziando a rompere gli oggetti presenti in casa e successivamente aggredendo la donna. A volte si richiedono anche rapporti sessuali forzati.

3)Scuse: l’aggressore si sente in colpa, cerca di minimizzare il proprio comportamento, cerca di giustificarsi attribuendolo il suo agire a cause esterne o riversando ogni responsabilità sulla compagna. Molti uomini sono assolutamente credibili, passando da carnefici e vittime, definendo le compagne squilibrate e depositarie di ogni colpa. Questo scusarsi e addossare le colpe, incrementa il senso di colpa nella compagna che, a sua volta, si sente colpevole e, per tal motivo cerca di dimenticare quanto è accaduto non rispondendo all’umiliazione subita.

4) Riconciliazione o luna di miele: l’uomo si mostra improvvisamente premuroso e attento alle esigenze della compagna, dichiara di essere innamorato e cerca di assumere molti comportamenti di galanteria. L’uomo ha paura di essere lasciato ed è per questo cerca di esasperare ogni comportamento di corteggiamento. La donna ritrova il fascino dell’uomo di cui si era innamorata, questo non fa altro che aumentare la tolleranza della donna verso gli attacchi dell’uomo e con il tempo tale tolleranza aumenta sempre più, si considera la violenza subita come motivata e giustificata. Spesso gli uomini reputano il vero problema, il possibile abbandono dalla donna e non riescono a focalizzarsi sul proprio comportamento violento. Possono iniziare un trattamento, in questa fase, per richiesta esplicita della donna, ma se non riconoscono l’obiettivo del trattamento e la presa di coscienza del proprio problema, tenderanno ad abbandonare il trattamento non appena le donne ritornano alla relazione.

Quando la violenza è radicata si ha una ciclicità di queste fasi che con il tempo aumentano di intensità creando un continuum tra tensioni, violenze e riconciliazioni.

La violenza: una maschera che nasconde tante incertezze e ambivalenze, riconoscere il problema e volerlo affrontare è la chiave di volta, la consapevolezza è l’inizio di un percorso che conduce ad un contatto intimo con se stessi, togliendosi una maschera di  ipocrisia verso se stessi e verso gli altri.

                                                                                                                                                                                                                                              Continua a leggere
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: