Adolescenti: perchè sfidano la morte?

 

 

 

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Oggi 17 settembre 2018, ultimo aggiornamento di cronaca, “ragazzo muore cercando di fare un selfie sul tetto di un supermercato”. Sfide estreme e pericolose spesso sono il frutto di un macabro gioco, il cui nome è  Blue Whale (Balena blu), nome non casuale, infatti fa riferimento alle balene che si spiaggiano sulla riva, lasciandosi morire senza un motivo.  Il gioco, diviso in 50 prove di difficoltà (e pericolosità) crescente, sembra essere stato ideato da un giovane russo, responsabile della morte di una decina di ragazzi. Gli adolescenti sono contattati in rete e una volta accettata la sfida non possono tirarsi indietro altrimenti, minacciati  di avere sere ripercussioni sui familiari.

La domanda che tutti si pongono “cosa spinge i giovani a sfidare la vita”?

  1. Il gioco trova “terreno fertile” nel bisogno adolescenziale di mettersi alla prova, di testare i propri limiti.
  2. Cambiamenti cerebrali. Si è soliti parlare di cambiamenti ormonali come causa dei cambiamenti comportamentali dell’adolescente, in realtà un ruolo molto importante è rivestito dai cambiamenti cerebrali. Non tutti sono a conoscenza che alla nascita il nostro cervello non è completo, il picco di cambiamenti cerebrali si ha tra i 12 e 24 anni, così come evidenziato dallo psichiatra Daniel J. Siegel. Le modificazioni cerebrali sono alla base di  comportamenti tipici degli adolescenti quali: la ricerca di novità , il coinvolgimento sociale con i coetanei, una maggiore intensità emotiva. Il ruolo della Dopamina. Il cervello è un insieme di cellule – i neuroni – che comunicano tra loro, attraverso sostanze chimiche chiamate neurotrasmettitori. Durante l’adolescenza si intensifica l’attività dei circuiti cerebrali che utilizzano la dopamina, un neurotrasmettitore che ha un ruolo fondamentale nel creare la spinta a cercare gratificazione”I, dice Daniel J. Siegel. L’aumento del rilascio di dopamina, aumenta la predisposizione degli adolescenti a essere attratti da esperienze danno eccitazione ed euforia.
  3. Desiderio di essere accettati, porta ad imitare ciò che fanno i coetanei e ad accettare in modo acritico ciò che gli viene proposto di fare.
  4. Rinforzo del conformismo mediato dalla rete, un comportamento enfatizzato in rete diventa subito moda.

 

Cosa possiamo fare?

La sfida letale, sta coinvolgendo numeri considerevoli di giocatori. Prevenire, deve essere la parola d’ordine!

 

Consigli per i genitori:

  • Aumento della sicurezza in rete. I genitori spesso sono più sereni se il figlio è in casa piuttosto che in giro con gli amici. Questo dà maggior sensazione di “controllo” ma chi di voi è a conoscenza di ciò che succede quando il ragazzo è sul web?Dunque genitori, anche se questa cosa non vi piace (e non piace neanche ai vostri figli), ci vuole controllo, assicurarsi la sicurezza in rete dei vostri figli. Chi conosce? Cosa fa?
  • Osservate i vostri figli, se notate delle ferite strane sul suo corpo, indagate ulteriormente. Tipico è il cutting (incisioni che lasciano sottili cicatrici) o lo scarring (asportazione della pelle con qualcosa di affilato, in modo da avere il disegno desiderato quando cicatrizza).
  • Dialogate. Sicuramente una componente importante per aiutare il proprio figlio è il dialogo. 
  • Insegnate. I ragazzi devono imparare a tollerare i sentimenti negativi, i momenti di frustrazione e sconforto, questo va insegnato.

 

Consigli per i ragazzi:

  • Non sei obbligato! Anche se hai iniziato, anche se ti sembra impossibile uscirne, chiedi aiuto! Parlane con un adulto, confidati con i tuoi genitori.
  • Salva i tuoi amici. Se conosci amici che hanno intrapreso questa sfida, avverti i suoi genitori. Il tuo contributo può salvargli la vita!
  • Denuncia i curatori, se vieni contattato denuncia immediatamente alla Polizia. Se non sai come fare, chiedi l’aiuto ad un adulto.

 

Niente vale quanto la tua vita, abbi cura di te!

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Dott.ssa Desirè Roberto

Contatti

 

 

 

 

SELFIE-MANIA, cosa nasconde?

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Un vero e proprio tormentone definito anche come “selfie-mania”, il bisogno di fotografarsi e mandare in rete i propri autoscatti!

I social network sono letteralmente “bombardati” da selfie in cui ognuno tende ad apparire in una luce migliore: foto con amici, sorrisi smaglianti, sguardi sexy, labbra protruse e visi sempre truccati (anche nelle foto in pigiama!).

Si mostra di sé la parte migliore, il bisogno di far vedere all’altro quanto siamo orgogliosi di noi stessi, di ostentare la nostra immagine o la nostra felicità. Perché?

Il bisogno di mandare in rete i propri autoscatti, condividere particolari della propria vita privata, nasconde sicuramente un grande bisogno di affermazione, è un modo per dire “guardami, ci sono anch’io!”.

Un bisogno di approvazione molto probabilmente per un’insicurezza di fondo, una fragilità del proprio Sè. Vedere che la “rete” ha apprezzato la propria foto (attraverso il numero dei “mi piace” o dei commenti) fa sentire la persona apprezzata, considerata. Comportamenti egocentrici che possono sfociare nell’oversharing, ovvero, nella condivisione su Internet di ogni minimo dettaglio della propria vita privata. La distinzione tra ciò che è privato e ciò che è condivisibile con il “mondo” non è più molto netta e si passa dal selfie a condividere con il mondo quello che si sta facendo in quel momento, questo potrebbe condurre ad una perdita del senso di realtà.

Uno studio condotto da Diana I. Tamir e Jason P. Mitchell presso la Harvard University e pubblicato sulla rivista “Proceeding of the National Academy of Sciences” illustra come il 30- 40% delle comunicazioni tra individui vertono su argomenti di tipo personale e la percentuale raggiunge l’80% se trattasi di social network.

La ricerca ha cercato di capire: cosa motiva l’essere umano a cercare di condividere le proprie esperienze con gli altri?

Da questa ricerca è emerso un dato molto interessante: si è chiesto ai soggetti dello studio, di raccontare di sè o di esprimere opinioni su un’altra persona. Durante questo compito gli stessi soggetti sono stati sottoposti a risonanza magnetica funzionale, evidenziando un’attivazione del sistema mesolimbico dopaminergico, deputato alla percezione del senso di piacere. Quindi, comunicare agli altri i propri pensieri, opinioni, emozioni è correlato fortemente con l’attivazione di aree cerebrali deputate alla gratificazione.

Dallo studio quindi è emerso che parlare di sé o di un’altra persona è avvertita dal cervello come qualcosa di piacevole, quando questo piacere è ulteriormente rinforzato dalla presenza di qualcuno che ascolta, legge, vede, commenta e approva tenderà ancora di più ad essere messo in atto.

Dott.ssa Desirè Roberto

Bibliografia

Diana I. Tamir, Jason P. Mitchell (2012). “Disclosing information about the self is intrinsically rewarding”. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America.