“attacchi di fame”? Ecco cosa li scatena!

 

“Mangiavo senza rendermene conto, mangiavo senza avere realmente fame eppure sembrava che il mio stomaco non si riempisse mai e continuavo ancora a mangiare.” (Maria,40 anni)

Quante volte ti succede di avere degli improvvisi “attacchi di fame” e ti accorgi che non è fame quello che provi? Inizi a seguire un regime alimentare ma dopo aver raggiunto i primi risultati crolli nuovamente? La parola “dieta” e “bilancia” di creano rabbia? Perchè?

Cibo ed emozioni spesso sono strettamente connessi, soprattutto nei momenti di stress infatti, in condizioni di stress ripetuto, vi è un aumento del cortisolo e questo a sua volta può stimolare l’appetito. Quando siamo in una condizione di stress, tensione/ansia o angoscia, possiamo mettere in atto comportamenti finalizzati alla gratificazione e alla gestione delle emozioni, alle quali, attribuiamo un valore negativo o che sentiamo essere ingestibili in quel momento. Dopo aver mangiando, in particolar modo i dolci, si ha un sensazione di immediato benessere (aumento della serotonina e dopamina a livello cerebrale) a cui seguono spesso emozioni quali: sensi di colpa, vergogna e frustrazione per aver mangiato in modo incontrollato. Il senso di colpa e la frustrazione generano a loro volta in bisogno impellente di gratificazione e il circuito si ripete, iniziando nuovamente a mangiare. Una spirale di emozioni e cibo.

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Cosa fare allora?

Prendere consapevolezza della proprie emozioni e imparare a gestirle in modo funzionale al proprio benessere, è il primo passo per rompere il circolo vizioso emozioni-cibo.

Come fare? Potrebbe essere utile rivolgersi ad uno psicologo, spesso il problema non è nella dieta troppo ristretta, non è la mancanza di volontà o l’eccessiva golosità. Il problema potrebbe essere altrove, in situazioni che sentite di non riuscire a gestire. La vostra mente è “carica” di negatività e cerca qualcosa che momentaneamente crei benessere.

Di fronte a numerose difficoltà della vita abbiamo spesso una “coazione a ripetere”, ovvero, tendiamo a rimettere in atto lo stesso schema/comportamento per affrontare una situazione, anche se questo non è funzionale. Le soluzioni più familiari o le nostre abitudini ci sembrano le uniche soluzioni possibili ma cosa possiamo fare di diverso dal solito? Come prendere consapevolezza delle nostre emozioni e gestirle in modo funzionale.

Dott.ssa Desirè Roberto

SELFIE-MANIA, cosa nasconde?

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Un vero e proprio tormentone definito anche come “selfie-mania”, il bisogno di fotografarsi e mandare in rete i propri autoscatti!

I social network sono letteralmente “bombardati” da selfie in cui ognuno tende ad apparire in una luce migliore: foto con amici, sorrisi smaglianti, sguardi sexy, labbra protruse e visi sempre truccati (anche nelle foto in pigiama!).

Si mostra di sé la parte migliore, il bisogno di far vedere all’altro quanto siamo orgogliosi di noi stessi, di ostentare la nostra immagine o la nostra felicità. Perché?

Il bisogno di mandare in rete i propri autoscatti, condividere particolari della propria vita privata, nasconde sicuramente un grande bisogno di affermazione, è un modo per dire “guardami, ci sono anch’io!”.

Un bisogno di approvazione molto probabilmente per un’insicurezza di fondo, una fragilità del proprio Sè. Vedere che la “rete” ha apprezzato la propria foto (attraverso il numero dei “mi piace” o dei commenti) fa sentire la persona apprezzata, considerata. Comportamenti egocentrici che possono sfociare nell’oversharing, ovvero, nella condivisione su Internet di ogni minimo dettaglio della propria vita privata. La distinzione tra ciò che è privato e ciò che è condivisibile con il “mondo” non è più molto netta e si passa dal selfie a condividere con il mondo quello che si sta facendo in quel momento, questo potrebbe condurre ad una perdita del senso di realtà.

Uno studio condotto da Diana I. Tamir e Jason P. Mitchell presso la Harvard University e pubblicato sulla rivista “Proceeding of the National Academy of Sciences” illustra come il 30- 40% delle comunicazioni tra individui vertono su argomenti di tipo personale e la percentuale raggiunge l’80% se trattasi di social network.

La ricerca ha cercato di capire: cosa motiva l’essere umano a cercare di condividere le proprie esperienze con gli altri?

Da questa ricerca è emerso un dato molto interessante: si è chiesto ai soggetti dello studio, di raccontare di sè o di esprimere opinioni su un’altra persona. Durante questo compito gli stessi soggetti sono stati sottoposti a risonanza magnetica funzionale, evidenziando un’attivazione del sistema mesolimbico dopaminergico, deputato alla percezione del senso di piacere. Quindi, comunicare agli altri i propri pensieri, opinioni, emozioni è correlato fortemente con l’attivazione di aree cerebrali deputate alla gratificazione.

Dallo studio quindi è emerso che parlare di sé o di un’altra persona è avvertita dal cervello come qualcosa di piacevole, quando questo piacere è ulteriormente rinforzato dalla presenza di qualcuno che ascolta, legge, vede, commenta e approva tenderà ancora di più ad essere messo in atto.

Dott.ssa Desirè Roberto

Bibliografia

Diana I. Tamir, Jason P. Mitchell (2012). “Disclosing information about the self is intrinsically rewarding”. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America.

Smartphone: quali cambiamenti nella nostra vita?

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Pian piano, gli smartphone sono entrati a far parte della nostra quotidianità, eppure, ci hanno cambiato la vita!

Quali conseguenze in seguito all’uso quotidiano e costante degli smartphone?

Le ricerche confermano che l’uso del telefono cellulare causa numerose conseguenze sull’organismo:

  • Stress: il dover essere disponibili ovunque e in qualsiasi momento, dà la sensazione di non essere liberi. La gestione di tutte le funzioni del telefono cellulare e dei costi, la preoccupazione di perdere il telefono e mantenere la batteria carica.  
  • Compulsività: la coazione a controllare il display e la sensazione di stress quando non si è raggiungibili.
  • Decadimento prestazioni cognitive.I ricercatori hanno dimostrato che chi usa molto il cellulare, impara a pensare di meno e a fornire risposte velocemente (o impulsivamente). Dagli esperimenti è emerso che, coloro che utilizzano per molto tempo il telefono cellulare, tendono a fornire in compiti cognitivi risposte in modo veloce, grossolano e approssimativo, commettendo numerosissimi errori. La tendenza a rispondere in modo impulsivo potrebbe essere una conseguenza dell’annullamento del tempo di attesa, possiamo comunicare in modo immediato con tutti;  il bisogno di rispondere e avere risposte nell’immediato. Oltre a ciò, l’utilizzo di un linguaggio sintetico (sms-mail-chat) soprattutto nel bambino e nell’adolescente, rischia di prendere il sopravvento tra le funzioni cognitive ed emotive in via di sviluppo, predisponendo alla strutturazione di una forma di pensiero eccessivamente sintetico.
  • Intolleranza alla frustrazione dell’attesa. Si estende a tutti gli ambiti della vita, non sappiamo più aspettare, la possibilità di accedere ad una mole di informazioni in tempo reale (internet) innesca una sorta di intolleranza, un’incapacità di attendere. L’attesa che un tempo aveva grande valore sul piano emotivo (es. l’attesa di un ragazzo per poter vedere una ragazza) ha perso ogni connotato di piacere, anzi, subentra rabbia e frustrazione. Una nota pubblicità recita: “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere” ma non so quanto quest’affermazione possa riguardare anche i più giovani che, il più delle volte, non sono abituati ad attendere.
  • Disagi sul piano comunicativo reale. Il cellulare è diventato uno strumento per gestire abitualmente le relazioni. La “comunicazione telefonica” spesso è un sostituto della “comunicazione reale” (frontale). Questo tipo di comunicazione ha numerosi ripercussioni sul piano relazionale in quanto, spesso, non si conosce realmente l’altro e questo distacco potrebbe far idealizzare il referente della comunicazione. Inoltre, il non fronteggiare le discussioni vis à vis crea numerosi disagi sul piano comunicativo reale, non si riescono più a comunicare bisogni, desideri, insoddisfazioni in modo diretto ma, c’è sempre bisogno di una “protezione virtuale”, il telefono cellulare.

Quante volte parliamo con le persone guardandole negli occhi?

Il telefonino è diventato un antidepressivo, un mezzo per gestire la solitudine, ci fa sentire meno soli e asseconda (anche se in minima parte) il bisogno umano di essere amati e di essere importanti per qualcuno. Sapere che dall’altra parte c’è qualcuno con il quale possiamo interagire fa sentire meno soli ma, quando le luci si spengono, nel buio della nostra intimità, chi è con noi? I nostri amici virtuali, quale valenza hanno nella nostra vita concreta, reale? Quanto conoscono della nostra vita?

  • Labilità dei confini personali. Il telefonino diventa il simbolo della “presenza dell’altro”, ci fa sentire meno soli ma, allo stesso tempo, rompe i confini tra noi e l’altro. Attraverso il costante utilizzo di chat e social network, si rischia di non avere più “confini tra sé e l’altro”, tra ciò che è pubblico e condivisibile e, ciò che è intimo e privato. I confini tra noi e l’altro sono importantissimi per la costruzione della propria identità,  permettono di capire “dove finisce l’uno e dove inizia l’altro”. Quando l’identità non ha confini non si ha più un’ideale, non si hanno sogni ed obiettivi propri, spesso i bisogni e i desideri sono gli stessi di altri, quando non si ha un’identità non si sa chi si è né quale meta si vuole raggiungere nella vita. Chi siamo realmente?

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NOMOFOBIA: dipendenza da smartphone

Smartphone: quali conseguenze sul nostro corpo?

Oltre alle componenti socio-psicologiche,  vi sono studi in letteratura riguardanti l’effetto dalle emissioni di radiazioni elettromagnetiche sulla salute fisica; il dibattito sulla loro pericolosità è ancora aperto. Vi è un sostanziale sviluppo nella comprensione di come le radiazioni dei telefoni cellulari, possono alterare le normali funzioni fisiologiche. 

Dott.ssa Desirè Roberto

Bibliografia

-Abramson MJ, Benke GP, Dimitriadis C, Inyang IO, Sim MR, Wolfe RS, Croft RJ. “Mobile telephone use is associated winth changes in cognitive function in young adolescents”. Bioeletromagnetics Volume 30, Issue 8, pages 678-686, December 2009. 

-Thomas S, Benke G, Dimitradis C, Inyag I, Sim MR, Wolfe R, Croft RJ, Abramson MJ. “Use of mobile phones and changes in cognitive function in adolescents“.

Dott.ssa Roberto Desirè

NOMOFOBIA: dipendenza da smartphone

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“Il mio tessoro”- disse Gollum (film “Il Signore degli anelli”).

C’è una cosa da cui non ti distacchi mai e quando qualcuno cerca di sottrartelo, dentro te, qualcosa sembra reclamare “Fermo! E’ il mio tesoro!”.

Pensa alla tua vita, qual è l’oggetto di cui non puoi fare a meno?

Lo porti con te sempre e ovunque:  in bagno, al tavolo mentre stai pranzando, a lavoro e ti accompagna giorno e notte.  Lo appoggi sul comodino prima di andare a letto, è l’ultima cosa che guardi prima di dormire, è la prima cosa che consulti appena sveglio. Non è un indovinello, è vita quotidiana. Quanto questa descrizione ti rappresenta? Quanto sei dipendente dal tuo telefono cellulare?

Molte persone portano il telefono cellulare anche sotto la doccia e hanno una fortissima ansia e angoscia di separarsene. Quanti hanno paura di perdere il proprio cellulare?

È uno scrigno in cui è racchiusa parte della nostra vita, spesso contiene i nostri segreti, i nostri contatti, ci permette di comunicare con gli altri e in qualche modo ci fa sentire “protetti” e amati perché qualsiasi cosa ci dovesse accadere tutti saprebbero dove siamo e potrebbero venirci in soccorso. Richiama i nostri più intimi bisogni e forse per questo ne teniamo così tanto in considerazione: essere amati, essere ricordati, essere importanti per qualcuno.

Qual è una delle più grandi paure dell’essere umano? Essere solo/non essere amato. Chi trova un amico trova un tesoro, quanti amici sentiamo intorno a noi quando siamo “connessi” con il mondo? Quale tesoro è racchiuso in quello “scrigno”?

La dipendenza da telefonino è anche definita “NOMOFOBIA” è un’abbreviazione del termine coniato in Gran Bretagna “no mobile phobia” e indica il terrore di smarrire il cellulare, una paura sproporzionata di rimanere fuori dal contatto di rete mobile.  Dei ricercatori Indiani hanno condotto un esperimento prendendo in esame 1000 studenti universitari di 10 diversi Paesi ai quali, è stato chiesto di stare un giorno intero senza telefono cellulare. Il risultato è stato che, gli studenti hanno percepito una forte frustrazione e una sensazione di solitudine, di panico, ansia e palpitazioni. Nonostante i partecipanti provenissero da diversi Paesi e quindi diversi livelli di sviluppo economico, tutti hanno mostrato lo stesso senso di smarrimento. Non avere con sé il proprio telefonino vuol dire: non ascoltare musica, non consultare Facebook, Twitter, Wath’s up etc. Vuol dire sentirsi persi, confusi, soli, vuol dire “essere fuori” dal mondo…

Dov’è il nostro modo, fuori o dentro? Pensiamoci…

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Dott.ssa Desirè Roberto