UOMINI VIOLENTI: UNA MEDAGLIA A DUE FACCE

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“Non capivo chi era l’uomo al mio fianco, l’ho conosciuto come un ragazzo adorabile, quello di cui mi sono innamorata, quello con cui ho desiderato profondamente  condividere la mia vita. Dopo il matrimonio qualcosa è cambiato, tra noi una fitta nube è calata, una nube nera, nera come i miei occhi dopo le ore di pianto, nera come i giorni in cui la sua rabbia era indomabile, nera la sua violenza. Un uomo dai mille volti, dalle doppie facciate, un uomo capace di confondere, di cambiare il nero con il bianco, bianca  l’innocenza che mostrava davanti agli altri, un dolce e candido bambino quando giocava con i suoi figli, bianco il fascino con cui ammaliava tutti quelli che lo circondavano. Non capivo se il problema fosse il mio o il suo.”  Valentina, 35 anni, due figli.

Valentina racconta di sé e del proprio matrimonio, una donna che ha deciso di alzare una barriera e dire basta a quello che ha vissuto tra le mura domestiche. Valentina ci mostra un chiaro identikit del proprio aggressore, lo definisce un uomo dai mille volti, un uomo che confonde e affascina, un uomo violento e docile (bianco e nero). Il profilo datoci da questa donna è abbastanza usuale, l’atteggiamento incongruente di questi uomini confonde sia le compagne, sia le persone estranee alla coppia. Nell’ambiente sociale, solitamente appare come una persona tranquilla, allegra, sottomessa e questo contrasta fortemente con l’immagine violenta che mostra a casa. Non esiste un profilo chiaro e lineare  degli uomini che aggrediscono le proprie mogli ma, possiamo sommariamente raccogliere i dati statistici e le caratteristiche che più frequentemente accomunano questi uomini. Questo articolo è stato intitolato “una medaglia a due facce” in quanto, ambiguo e doppio è qualsiasi comportamento dell’uomo violento. Un comportamento violento non può essere definito unicamente dalla specificità della sua natura, la violenza può avere numerose sfaccettature e molte di esse possono coesistere insieme: violenza psicologica, economica, fisica, sessuale. La violenza psicologica accompagna e anticipa le altre forme di violenza, è l’antecedente, è subdola, mira a ledere la dignità della vittima, si insinua lentamente, con umiliazioni, offese, svalutazioni, denigrazioni, insulti, ricatti, privazione della libertà, manipolazioni, trascuratezza fisica ed affettiva, noncuranza e l’esclusione dalle decisioni importanti della famiglia. Questi comportamenti perpetrati a lungo a ledono l’autostima della vittima, creano dei veri disagi psichici, disorientamento, senso di vuoto, senso di inutilità, svalutazione, senso di colpa.

È stato riscontrato di frequente, sia nella pratica clinica che nella letteratura che, gli uomini che utilizzano la violenza, hanno una bassa autostima la quale, è possibile riscontrarla all’esterno dalle mura domestiche. Questi uomini appaiono tranquilli, sereni, evitano gli scontri aggressivi con gli altri sia, a livello verbale che a livello fisico, non si espongono quasi mai, difficilmente esprimono le proprie opinioni o desideri. La bassa autostima correlata all’insicurezza e alladipendenza, può essere dissimulata attraverso le manifestazioni di gelosia, di ipercontrollo verso donna (dove va, con chi è, con chi parla, come si veste ect.)  L’uomo non si è differenziato dalla donna, anzi, la vive come un’estensione di sé, ed è ossessionato dalla paura di essere lasciato solo. Quanto  più la donna cercherà di creare una propria indipendenza, tanto più l’uomo cercherà di destabilizzarla e di recuperare la sua posizione di dominio rispetto alla stessa. La violenza si esplica come un correlato dell’insicurezza quando, nelle situazioni conflittuali nelle quali, sentono di non avere controllo o hanno paura di perderlo, fanno uso della forza per imporlo a sé e alla moglie.  Il controllo e la manipolazione fanno da filo conduttore in queste coppie, oltre agli atteggiamenti di gelosia e di possesso, gelosie che si estendono da quella del partner come oggetto sessuato e, quindi come possibile fonte di attenzioni esterne, a quelle di ruolo, inteso come successo professionale-individuale. L’uomo in  questo caso, mostra un forte atteggiamento di squalifica con l’intento di far credere alla moglie di non poter vivere senza di lui (proiezione della dipendenza affettiva sul partner). T. Bruno definisce questa situazione come “tenere in pugno” qualcuno usando il terrore, la paura, l’intimidazione, l’isolamento e inducendo la vittima ad una destabilizzazione. Le convinzioni della vittima entrano in crisi giungendo ad una vera e propria distorsione delle proprie credenze.


Spesso il violento-manipolatore fa ricorso a:

-intimidazioni e minacce: strategie per creare un clima di terrorepossono riguardare la sottrazione dei figli, la gestione economica, l’incolumità personale.

-critiche avvilenti: atteggiamenti sarcastici e parole offensive.

-umiliazioni: spesso di natura sessuale

-svalorizzazione di ogni attività e di caratteristiche personali della donna.

-isolamento dalle amicizie e dal contesto sociale

In molti casi di violenza, vi è alla base, un’inabilità di controllo da parte del violento, il quale, non riesce ad affrontare una situazione di tensione nella coppia o di stress con i consueti meccanismi di adattamento e sviluppa una crisi. L’uomo si sente sopraffatto da numerose sensazioni quali: la vergogna, l’impotenza, la frustrazione, l’angoscia; le associa a connotati di “debolezza” perché non le considera mascoline e  questo genera una sorta di perdita del controllo di sé. Tale perdita di controllo  emozionale, sembra “giustificare” la perdita di controllo comportamentale e la messa in atto di aggressività incontrollata. Risulta difficile differenziare l’irritazione o la rabbia in quanto, vengono vissute allo stesso modo e agite in egual misura, attraverso comportamenti violenti. La violenza diventa in questo modo lo strumento per superare i conflitti e avere il controllo ma, i problemi si acuiscono in quanto, non si riesce a mediare il conflitto ed inoltre, aumenta l’incomunicabilità creando una coazione a ripetere, dalla violenza si genera altra violenza.

Leonor Walker, tra  i primi specialisti a parlare di violenza coniugale, definisce la “violenza ciclica”, identificando quattro fasi della violenza e in ciascuna fase il rischio per la vittima aumenta.

1) Crescita della tensione: il partner tende ad infastidirsi facilmente nei confronti della compagna, vi è un crescere della tensione definita dall’uomo, come legata a problematiche nel quotidiano (lavoro, problemi economici etc.). La forte irritazione trapela dagli scatti di rabbia, dai silenzi ostili, dalle occhiate di rimprovero, dalle frequenti critiche. La donna, al fine di sedare questi comportamenti, assume un comportamento sottomesso e accondiscendente.

2) Esplosione della violenza o fase di “attacco”: l’uomo passa dall’accumulo di tensione alla violenza reale, è probabile che inizialmente riversi la sua rabbia sugli oggetti, iniziando a rompere gli oggetti presenti in casa e successivamente aggredendo la donna. A volte si richiedono anche rapporti sessuali forzati.

3)Scuse: l’aggressore si sente in colpa, cerca di minimizzare il proprio comportamento, cerca di giustificarsi attribuendolo il suo agire a cause esterne o riversando ogni responsabilità sulla compagna. Molti uomini sono assolutamente credibili, passando da carnefici e vittime, definendo le compagne squilibrate e depositarie di ogni colpa. Questo scusarsi e addossare le colpe, incrementa il senso di colpa nella compagna che, a sua volta, si sente colpevole e, per tal motivo cerca di dimenticare quanto è accaduto non rispondendo all’umiliazione subita.

4) Riconciliazione o luna di miele: l’uomo si mostra improvvisamente premuroso e attento alle esigenze della compagna, dichiara di essere innamorato e cerca di assumere molti comportamenti di galanteria. L’uomo ha paura di essere lasciato ed è per questo cerca di esasperare ogni comportamento di corteggiamento. La donna ritrova il fascino dell’uomo di cui si era innamorata, questo non fa altro che aumentare la tolleranza della donna verso gli attacchi dell’uomo e con il tempo tale tolleranza aumenta sempre più, si considera la violenza subita come motivata e giustificata. Spesso gli uomini reputano il vero problema, il possibile abbandono dalla donna e non riescono a focalizzarsi sul proprio comportamento violento. Possono iniziare un trattamento, in questa fase, per richiesta esplicita della donna, ma se non riconoscono l’obiettivo del trattamento e la presa di coscienza del proprio problema, tenderanno ad abbandonare il trattamento non appena le donne ritornano alla relazione.

Quando la violenza è radicata si ha una ciclicità di queste fasi che con il tempo aumentano di intensità creando un continuum tra tensioni, violenze e riconciliazioni.

La violenza: una maschera che nasconde tante incertezze e ambivalenze, riconoscere il problema e volerlo affrontare è la chiave di volta, la consapevolezza è l’inizio di un percorso che conduce ad un contatto intimo con se stessi, togliendosi una maschera di  ipocrisia verso se stessi e verso gli altri.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                Dott.ssa Desirè Roberto

-Bibliografia-
-Bruno T., Violenza intrafamiliare e maltrattamento sulla donna, in <<Il seme dell’anno>>, anno VI, 1998, pag.16.
-Canu R.. La violenza domestica contro le donne in Italia e nel contesto internazionale ed europeo, Cagliari, Editore La Riflessione, 2008.
-Gargiullo B.C., Damiani R. Vittime di un amore criminale. La violenza in famiglia: natura, profili tipologici, casistica clinica e giudiziaria. Milano, Edizioni Franco Angeli2010
-Giusti E., Fusco L. Uomini. Psicologia e psicoterapia della maschilità  Roma, Sovera Multimedia S.r.l. 2002

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