SELFIE-MANIA, cosa nasconde?

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Un vero e proprio tormentone definito anche come “selfie-mania”, il bisogno di fotografarsi e mandare in rete i propri autoscatti!

I social network sono letteralmente “bombardati” da selfie in cui ognuno tende ad apparire in una luce migliore: foto con amici, sorrisi smaglianti, sguardi sexy, labbra protruse e visi sempre truccati (anche nelle foto in pigiama!).

Si mostra di sé la parte migliore, il bisogno di far vedere all’altro quanto siamo orgogliosi di noi stessi, di ostentare la nostra immagine o la nostra felicità. Perché?

Il bisogno di mandare in rete i propri autoscatti, condividere particolari della propria vita privata, nasconde sicuramente un grande bisogno di affermazione, è un modo per dire “guardami, ci sono anch’io!”.

Un bisogno di approvazione molto probabilmente per un’insicurezza di fondo, una fragilità del proprio Sè. Vedere che la “rete” ha apprezzato la propria foto (attraverso il numero dei “mi piace” o dei commenti) fa sentire la persona apprezzata, considerata. Comportamenti egocentrici che possono sfociare nell’oversharing, ovvero, nella condivisione su Internet di ogni minimo dettaglio della propria vita privata. La distinzione tra ciò che è privato e ciò che è condivisibile con il “mondo” non è più molto netta e si passa dal selfie a condividere con il mondo quello che si sta facendo in quel momento, questo potrebbe condurre ad una perdita del senso di realtà.

Uno studio condotto da Diana I. Tamir e Jason P. Mitchell presso la Harvard University e pubblicato sulla rivista “Proceeding of the National Academy of Sciences” illustra come il 30- 40% delle comunicazioni tra individui vertono su argomenti di tipo personale e la percentuale raggiunge l’80% se trattasi di social network.

La ricerca ha cercato di capire: cosa motiva l’essere umano a cercare di condividere le proprie esperienze con gli altri?

Da questa ricerca è emerso un dato molto interessante: si è chiesto ai soggetti dello studio, di raccontare di sè o di esprimere opinioni su un’altra persona. Durante questo compito gli stessi soggetti sono stati sottoposti a risonanza magnetica funzionale, evidenziando un’attivazione del sistema mesolimbico dopaminergico, deputato alla percezione del senso di piacere. Quindi, comunicare agli altri i propri pensieri, opinioni, emozioni è correlato fortemente con l’attivazione di aree cerebrali deputate alla gratificazione.

Dallo studio quindi è emerso che parlare di sé o di un’altra persona è avvertita dal cervello come qualcosa di piacevole, quando questo piacere è ulteriormente rinforzato dalla presenza di qualcuno che ascolta, legge, vede, commenta e approva tenderà ancora di più ad essere messo in atto.

Dott.ssa Desirè Roberto

Bibliografia

Diana I. Tamir, Jason P. Mitchell (2012). “Disclosing information about the self is intrinsically rewarding”. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America.

Smartphone: quali cambiamenti nella nostra vita?

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Pian piano, gli smartphone sono entrati a far parte della nostra quotidianità, eppure, ci hanno cambiato la vita!

Quali conseguenze in seguito all’uso quotidiano e costante degli smartphone?

Le ricerche confermano che l’uso del telefono cellulare causa numerose conseguenze sull’organismo:

  • Stress: il dover essere disponibili ovunque e in qualsiasi momento, dà la sensazione di non essere liberi. La gestione di tutte le funzioni del telefono cellulare e dei costi, la preoccupazione di perdere il telefono e mantenere la batteria carica.  
  • Compulsività: la coazione a controllare il display e la sensazione di stress quando non si è raggiungibili.
  • Decadimento prestazioni cognitive.I ricercatori hanno dimostrato che chi usa molto il cellulare, impara a pensare di meno e a fornire risposte velocemente (o impulsivamente). Dagli esperimenti è emerso che, coloro che utilizzano per molto tempo il telefono cellulare, tendono a fornire in compiti cognitivi risposte in modo veloce, grossolano e approssimativo, commettendo numerosissimi errori. La tendenza a rispondere in modo impulsivo potrebbe essere una conseguenza dell’annullamento del tempo di attesa, possiamo comunicare in modo immediato con tutti;  il bisogno di rispondere e avere risposte nell’immediato. Oltre a ciò, l’utilizzo di un linguaggio sintetico (sms-mail-chat) soprattutto nel bambino e nell’adolescente, rischia di prendere il sopravvento tra le funzioni cognitive ed emotive in via di sviluppo, predisponendo alla strutturazione di una forma di pensiero eccessivamente sintetico.
  • Intolleranza alla frustrazione dell’attesa. Si estende a tutti gli ambiti della vita, non sappiamo più aspettare, la possibilità di accedere ad una mole di informazioni in tempo reale (internet) innesca una sorta di intolleranza, un’incapacità di attendere. L’attesa che un tempo aveva grande valore sul piano emotivo (es. l’attesa di un ragazzo per poter vedere una ragazza) ha perso ogni connotato di piacere, anzi, subentra rabbia e frustrazione. Una nota pubblicità recita: “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere” ma non so quanto quest’affermazione possa riguardare anche i più giovani che, il più delle volte, non sono abituati ad attendere.
  • Disagi sul piano comunicativo reale. Il cellulare è diventato uno strumento per gestire abitualmente le relazioni. La “comunicazione telefonica” spesso è un sostituto della “comunicazione reale” (frontale). Questo tipo di comunicazione ha numerosi ripercussioni sul piano relazionale in quanto, spesso, non si conosce realmente l’altro e questo distacco potrebbe far idealizzare il referente della comunicazione. Inoltre, il non fronteggiare le discussioni vis à vis crea numerosi disagi sul piano comunicativo reale, non si riescono più a comunicare bisogni, desideri, insoddisfazioni in modo diretto ma, c’è sempre bisogno di una “protezione virtuale”, il telefono cellulare.

Quante volte parliamo con le persone guardandole negli occhi?

Il telefonino è diventato un antidepressivo, un mezzo per gestire la solitudine, ci fa sentire meno soli e asseconda (anche se in minima parte) il bisogno umano di essere amati e di essere importanti per qualcuno. Sapere che dall’altra parte c’è qualcuno con il quale possiamo interagire fa sentire meno soli ma, quando le luci si spengono, nel buio della nostra intimità, chi è con noi? I nostri amici virtuali, quale valenza hanno nella nostra vita concreta, reale? Quanto conoscono della nostra vita?

  • Labilità dei confini personali. Il telefonino diventa il simbolo della “presenza dell’altro”, ci fa sentire meno soli ma, allo stesso tempo, rompe i confini tra noi e l’altro. Attraverso il costante utilizzo di chat e social network, si rischia di non avere più “confini tra sé e l’altro”, tra ciò che è pubblico e condivisibile e, ciò che è intimo e privato. I confini tra noi e l’altro sono importantissimi per la costruzione della propria identità,  permettono di capire “dove finisce l’uno e dove inizia l’altro”. Quando l’identità non ha confini non si ha più un’ideale, non si hanno sogni ed obiettivi propri, spesso i bisogni e i desideri sono gli stessi di altri, quando non si ha un’identità non si sa chi si è né quale meta si vuole raggiungere nella vita. Chi siamo realmente?

Se ti è piaciuto l’articolo e vuoi saperne di più, leggi gli articoli:

NOMOFOBIA: dipendenza da smartphone

Smartphone: quali conseguenze sul nostro corpo?

Oltre alle componenti socio-psicologiche,  vi sono studi in letteratura riguardanti l’effetto dalle emissioni di radiazioni elettromagnetiche sulla salute fisica; il dibattito sulla loro pericolosità è ancora aperto. Vi è un sostanziale sviluppo nella comprensione di come le radiazioni dei telefoni cellulari, possono alterare le normali funzioni fisiologiche. 

Dott.ssa Desirè Roberto

Bibliografia

-Abramson MJ, Benke GP, Dimitriadis C, Inyang IO, Sim MR, Wolfe RS, Croft RJ. “Mobile telephone use is associated winth changes in cognitive function in young adolescents”. Bioeletromagnetics Volume 30, Issue 8, pages 678-686, December 2009. 

-Thomas S, Benke G, Dimitradis C, Inyag I, Sim MR, Wolfe R, Croft RJ, Abramson MJ. “Use of mobile phones and changes in cognitive function in adolescents“.

Dott.ssa Roberto Desirè

NOMOFOBIA: dipendenza da smartphone

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“Il mio tessoro”- disse Gollum (film “Il Signore degli anelli”).

C’è una cosa da cui non ti distacchi mai e quando qualcuno cerca di sottrartelo, dentro te, qualcosa sembra reclamare “Fermo! E’ il mio tesoro!”.

Pensa alla tua vita, qual è l’oggetto di cui non puoi fare a meno?

Lo porti con te sempre e ovunque:  in bagno, al tavolo mentre stai pranzando, a lavoro e ti accompagna giorno e notte.  Lo appoggi sul comodino prima di andare a letto, è l’ultima cosa che guardi prima di dormire, è la prima cosa che consulti appena sveglio. Non è un indovinello, è vita quotidiana. Quanto questa descrizione ti rappresenta? Quanto sei dipendente dal tuo telefono cellulare?

Molte persone portano il telefono cellulare anche sotto la doccia e hanno una fortissima ansia e angoscia di separarsene. Quanti hanno paura di perdere il proprio cellulare?

È uno scrigno in cui è racchiusa parte della nostra vita, spesso contiene i nostri segreti, i nostri contatti, ci permette di comunicare con gli altri e in qualche modo ci fa sentire “protetti” e amati perché qualsiasi cosa ci dovesse accadere tutti saprebbero dove siamo e potrebbero venirci in soccorso. Richiama i nostri più intimi bisogni e forse per questo ne teniamo così tanto in considerazione: essere amati, essere ricordati, essere importanti per qualcuno.

Qual è una delle più grandi paure dell’essere umano? Essere solo/non essere amato. Chi trova un amico trova un tesoro, quanti amici sentiamo intorno a noi quando siamo “connessi” con il mondo? Quale tesoro è racchiuso in quello “scrigno”?

La dipendenza da telefonino è anche definita “NOMOFOBIA” è un’abbreviazione del termine coniato in Gran Bretagna “no mobile phobia” e indica il terrore di smarrire il cellulare, una paura sproporzionata di rimanere fuori dal contatto di rete mobile.  Dei ricercatori Indiani hanno condotto un esperimento prendendo in esame 1000 studenti universitari di 10 diversi Paesi ai quali, è stato chiesto di stare un giorno intero senza telefono cellulare. Il risultato è stato che, gli studenti hanno percepito una forte frustrazione e una sensazione di solitudine, di panico, ansia e palpitazioni. Nonostante i partecipanti provenissero da diversi Paesi e quindi diversi livelli di sviluppo economico, tutti hanno mostrato lo stesso senso di smarrimento. Non avere con sé il proprio telefonino vuol dire: non ascoltare musica, non consultare Facebook, Twitter, Wath’s up etc. Vuol dire sentirsi persi, confusi, soli, vuol dire “essere fuori” dal mondo…

Dov’è il nostro modo, fuori o dentro? Pensiamoci…

Per saperne di più leggi gli articoli:

Smartphone: quali cambiamenti nella nostra vita?

Smartphone: quali conseguenze sul nostro corpo?

Dott.ssa Desirè Roberto

 

INNAMORARSI DEL PROPRIO CARNEFICE? E’ POSSIBILE!

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Era il 1973 quando a Stoccolma, presso la Kreditbanken fecero irruzione dei rapinatori i quali, tennero i dipendenti in ostaggio per sei giorni.  Dopo la liberazione, le vittime chiesero alle autorità clemenza per i propri rapinatori, mostrando di essere emotivamente legati agli stessi. Durante il periodo di incarcerazione, gli ostaggi mantennero dei contatti con loro andando frequentemente a trovarli, addirittura una ragazzi si fidanzò con un rapinatore. Come è possibile spiegare questo fenomeno? Il criminologo che si occupò di questo caso, Nils Bejerot per definirlo, coniò  il termine “Sindrome di Stoccolma”. Quando vi è un elevato stress relativo ad una minaccia per la propria incolumità e per la propria vita, si crea una situazione di intensa paura, negazione della rabbia e dipendenza, tale dipendenza è un meccanismo di difesa, è una strategia di sopravvivenza in situazioni in cui non vi è possibilità di fuga. La vittima idealizza il proprio rapinatore, non ammette intrusioni esterne (es. polizia/ autorità giudiziaria), nutre sentimenti positivi nei suoi confronti fino ad un vero innamoramento. La sintomatologia della Sindrome di Stoccolma può essere riportata alle mura domestiche con gli stessi meccanismi e stessa sintomatologia. La Sindrome di Stoccolma nelle donne maltrattate, è una “strategia” per fronteggiare emotivamente il forte stress e le continue violenze. Lenore Wolker  la definisce come Sindrome della Donna Maltrattatachiarendo che, quando le donne non riescono a fuggire da una situazione di violenza, diventano paurose, passive, depresse, remissive e psicologicamente paralizzate questo, rende la donna incapace di difendere se stessa e i figli. Nella fase del ciclo della violenza, della “luna di miele” (Vedi articolo UOMINI VIOLENTI: UNA MEDAGLIA A DUE FACCE), si ha un incremento dell’illusione che il carnefice possa cambiare e che si possa porre fine alla violenza. L’abusante nel contempo, attraverso la manipolazione psicologica e la violenza, crea un ambiente tale per poter controllare fisicamente ed emotivamente la sua vittima isolandola dal lavoro, dalla famiglia e dalle relazioni sociali. L’isolamento favorisce una forte labilità emotiva e la dipendenza dal proprio con il carnefice, la vittima pensa che la propria vita dipende esclusivamente da lui e l’unico modo per sopravvivere è essergli fedele. Quando si ha paura, l’impulso naturale è quello di cercare conforto e rassicurazione da chi ci è vicino, in questo caso, l’unica persona vicina alla vittima è lo stesso carnefice che viene umanizzato e reso positivo, oggetto di cure e di compassione. Nei contesti legali è stata associata la Sindrome della donna maltrattata al Disturbo Post-Traumatico da Stress in quanto, l’esposizione alla manipolazione psicologica continua e alla violenza, comporta gravi traumi psicologici. Alla Sindrome della donna maltrattata si affianca laSindrome dell’uomo maltrattato in quanto, anche gli uomini possono essere vittime di abusi anche se in questo caso sono per lo più di natura psicologica e non fisica. Le donne sono vittime di soprusi e omicidi da parte del loro partner, otto volte più degli uomini. Quando la pressione psicologica è elevata, quando si è soli e ci si sente indifesi, quando lo stress è tanto e sembra che non vi siano vie d’uscita, la nostra mente cerca di tutelarci mettendo in atto dei meccanismi inconsci che possono sembrare paradossali. E’ difficile riconoscere situazioni di violenza in questi contesti ed è difficile avvicinare la vittima.
Dott.ssa Desirè Roberto
Bibliografia
B.C. Gargiullo, R. Damiani. Vittime di un amore criminale. 2010. Franco Angeli. Milano
E. Reale. Maltrattamento e violenza sulle donne vol. II.  2011. Franco Angeli. Milano

QUANDO LO STALKER E’ DONNA

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                                                                                     “L’inizio di un amore è spesso simultaneo. Non così la fine, da ciò nascono le tragedie.” A. Morandotti

Un gesto d’amore può diventare persecuzione, una relazione essere un’ossessione.
Come può un amore diventare ossessione?
Non è facile dire addio ad una relazione, anche se è un amore finito, anche se è un rapporto deleterio, malato, fatto di umiliazioni o anche di violenze. La paura di perdere la persona al proprio fianco, la paura di restare soli, di non essere capaci di vivere senza il partner, fa sì che si giustifichi tutto, si accetti tutto purché la persona con cui si ha una relazione rimanga al proprio fianco. Una vera dipendenza affettiva che, si manifesta con pensieri ossessivi rivolti alla persona amata, la relazione con il partner viene vissuta con profonda ansia e continua preoccupazione di perderlo. Quando avviene la rottura, la separazione, si innesca una vera e propria ossessione, la persona non riesce ad accettare che ciò possa avvenire, vive ripercorrendo i ricordi che lo legano al partner, vive nell’illusione della riconquista o con il desiderio dell’annientamento dell’altro, come se quest’ultimo dovesse “pagare” il dolore inflitto. Un disperato tentativo di imporre una relazione al ex partner tramite: invio di lettere, regali, telefonate, mail, con una costante violazione dell’intimità dell’altro. Dietro a questi comportamenti del tutto innocui, si potrebbe nascondere una violenza psicologica. La persecuzione reiterata e i comportamenti correlati definiscono una persona “stalker”, tale termine Stalking rimanda al termine anglosassone  “fare la posta” o “braccare”, si caratterizza per la presenza di telefonate ricorrenti, minacce, svalutazione, ricatto,  provocazione, offesa, isolamento e persecuzione. Lo stalking è un fenomeno traversale, lo stalker non  ha un prototipo predefinito ma, può essere di vario genere (maschile-femminile), di qualsiasi etnia, cultura, età e posizione socio-culturale. Si è soliti prefigurarci la figura dello stalker con un prototipo maschile e molte sono i riscontri dei media che, costantemente mettono in evidenza denunce fatte da donne perchè perseguitate da stalker uomini. Si parla poco di stalker femminile ma è un fenomeno altrettanto diffuso, quanto quella maschile. Le leggi sono state improntate per lo più sulla tutela della donna e la vittima viene sempre identificata con la figura femminile. La donna, nell’immaginario comune è colei che fornisce accudimento, cura e protezione ed è difficile associarle un ruolo violento o persecutorio. La realtà però ci mostra come la donna non è esente da questi comportamenti, lo scopo principale è la riconquista dell’uomo amato per l’incapacità di restare sola, accompagnato da un senso di abbandono e di rifiuto. Lo stalking femminile non diventa mai, (o quasi mai), una vera violenza fisica, come potrebbe accadere nello stalking maschile (chiamato stalking diretto) ma, si ritiene che, le donne siano più capaci, attraverso meccanismi subdoli a rendere la vita dell’uomo impossibile, senza arrivare mai ad una violenza fisica (stalkingindiretto).  La stalker agisce “a distanza”, diffamando l’uomo, creando situazioni di disagio giornaliere o sul luogo di lavoro, facendo telefonate inopportune e continue anche ad orari poco consoni (di notte o sul posto di lavoro). Dietro alla parola Stalking, dietro agli atti persecutori e alle diffamazioni si nasconde una grande sofferenza, si nasconde una persona con una propria storia, una propria emotività. L’agire un vissuto doloroso è come cercare di cauterizzare una ferita dolorosa che, non si sa come sanare. Vittima e carnefice accumunati entrambi da un medesimo vissuto di dolore, entrambi bisognosi di aiuto. È possibile uscire dalla relazione dolorosa, è possibile imparare a stare bene con se stessi, è possibile non avere bisogno dell’altro.
                                                                                                                                                         Dott.ssa  Desiré Roberto


Bibliografia 
W.R.Cupach, B.H. Spitzberg. 2011. Attrazione, ossessione e stalking. Casa Editrice Estrolabio. Roma.